Quando vogliamo cambiare gli altri

In un mondo ideale, ognuno sarebbe accettato e amato per quello che è.
Poiché questo non è un mondo ideale, accade spesso di desiderare che gli altri siano diversi; il che si manifesta in un arco di espressioni, dal semplice suggerimento alla manipolazione alla forzatura. I risultati sono quasi sempre negativi, perché tutti vogliamo sentirci amati per quello che siamo.

Molti sono i detti che ci esortano a non dare consigli. Eppure, c'è nell'animo umano la tendenza quasi irresistibile a suggerire cambiamenti agli altri... Nonostante la reazione sia spesso di fastidio: anche se ben intenzionato, il messaggio "Dovresti cambiare" viene percepito come "Sei sbagliato, quindi dovresti essere diverso". Anche quando sia vero, risulta comunque irritante.
Come se suggerire agli altri di cambiare non bastasse, c'è anche chi pensa di poterli cambiare di propria volontà (specialmente nelle relazioni sentimentali).

Un desiderio insano

Una delle illusioni più pericolose (e devastanti) che ingannano la mente umana, è quella di poter cambiare le altre persone: i genitori pensano di cambiare i figli (e, a volte, viceversa), i partner pensano di cambiare il compagno (specialmente le donne lo fanno)... c'è persino chi è in coppia con qualcuno, avendo in mente la precisa idea di come dovrebbe diventare (il che è come dire che non sta realmente insieme a quella persona, ma ad una che ha nella sua testa).
Voler cambiare gli altri è una specie di "follia", per almeno tre ragioni fondamentali:
  • E' impossibile cambiare gli altri
  • E' scorretto e irrispettoso (noi non vorremmo che qualcuno ci cambiasse contro la nostra volontà)
  • E' il contrario dell'amore
Specialmente all'interno di un rapporto affettivo, il desiderio di cambiare l'altro diventa "tossico", perché è opposto all'amore. La prima qualità dell'amore è l'accettazione: quando amiamo realmente qualcuno, lo amiamo per come è (e non per come pensiamo dovrebbe essere).

In realtà, nessuno può cambiare un'altra persona; nemmeno il Padreterno può farlo. Le persone cambiano solo quando sono loro a volerlo (e, il più delle volte, solo quando si sentono obbligate dalle circostanze). Cambiare è un processo impegnativo e faticoso, e non si fa mai per far piacere ad un altro... ma solo quando se ne sente l'esigenza pressante, personalmente.

Comunicare in modo costruttivo

Questo non vuol dire che dovremmo sempre subire le altre persone, anche quando ci sentiamo in contrasto. Ma è importante scegliere il modo più adatto per comunicare; dovremmo evitare l'atteggiamento "Io ho ragione e l'altro ha torto" (anche perché ognuno ha le sue ragioni), che induce l'altro sulla difensiva.
E' essenziale spostare il focus del problema dal TU all'IO, da "TU sei sbagliato" a "IO ho questa necessità". Anche perché, in fondo, gli altri non esistono per renderci felici o adattarsi a noi; la mia felicità è, prima di tutto, mia responsabilità personale.
  • Se qualcosa non ci va bene dovremmo esprimerlo, ma come nostra esigenza, non come errore o dovere dell'altra persona (dire "Io ho bisogno di..." viene accolto assai meglio di "Tu dovresti...")
  • Se non ci piace il comportamento di qualcuno, è bene comunicare il nostro disagio, ma in modo propositivo, non aggressivo; dire "Ho un problema con te riguardo... Cosa possiamo fare?", funziona certo più che una critica o un attacco.
Quando sentiamo il bisogno di cambiare qualcuno, dobbiamo chiederci se siamo noi ad avere un problema, non l'altro. Magari quella persona non è adatta a noi, oppure abbiamo riversato su di essa aspettative fuori luogo o, ancora, siamo cambiati entrambi rispetto al passato. Essere onesti con se stessi e con l'altro su quello che ci aspettiamo da lui può essere faticoso, ma è comunque l'unica via costruttiva:
  • Se c'è una via di uscita va costruita da entrambi; non si può pensare che sia solo uno dei due a farsene carico
  • Se la situazione non ha sbocchi, è meglio riconoscerlo e affrontare una separazione, piuttosto che entrare in conflitto per forzare l'altro a diventare ciò che non sarà mai.

Suggerire, più che consigliare

Se il bisogno che sentiamo è semplicemente quello di consigliare qualcuno per il suo bene, vale sempre il discorso di non farlo sembrare un cambiamento dovuto.
Un approccio che funziona meglio è impostare il suggerimento in positivo, come un'opportunità, invece di una necessità. Invece di "Sbagli a fare così, dovresti fare cosà...", qualcosa del tipo "Forse, se tu facessi cosà otterresti questi vantaggi..."
Questo approccio viene accolto meglio, perché:
  • Non fa sentire la persona "sbagliata"
  • Non c'è il verbo "dovere" (che ispira resistenza)
  • Il "Forse" iniziale suona non autoritario
  • La forma condizionale rende il concetto più "soft"
  • Presentare i vantaggi (positivo) è più invitante che criticare (negativo)

"L'inferno nelle relazioni deriva dal cercare di cambiare
il comportamento di qualcun altro anziché il nostro."

(Buddhismo)


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Quando gli altri vogliono cambiarci

Abbiamo tutti vissuto alcune (molte?) situazioni in cui qualcuno ci ha detto che avremmo dovuto cambiare... e sappiamo quanto sia fastidioso. E con buona ragione: anche con le migliori intenzioni, il messaggio "Dovresti cambiare" viene percepito come "Sei sbagliato, quindi dovresti essere diverso". Ed anche quando ciò è vero, è comunque irritante: tutti vorremmo essere amati per come siamo.
Visto che ci sarà sempre qualcuno che ci suggerisce di cambiare, è il caso di capire la reale motivazione che ci sta dietro.

State in guardia

Quando qualcuno ci invita al cambiamento, è bene rizzare le orecchie: perché ci sono essenzialmente due motivi per cui ci viene detto, e la differenza è notevole:
  1. Quella persona ha a cuore il nostro benessere, e/o è preoccupata per noi
  2. Quella persona vuole qualcosa da noi; vuole manipolarci
I due motivi possono anche coesistere. Ma dubito ce ne siano altri possibili (esclusi coloro che lo fanno per dovere professionale, come un poliziotto o un giudice).
Possiamo dire che la prima motivazione è più altruistica (interesse per l'altro), mentre la seconda è più egoistica (interesse per sé).

Naturalmente, tutti dichiarano come motivazione la prima, anche quando in realtà li muove la seconda; e molti sono anche in buona fede (venditori esclusi ;-) ). Ci viene sempre detto che è "per il tuo bene"... anzi, in genere, più qualcuno insiste che "è per il tuo bene", e più ricade nel secondo caso.

1. "Cambia per te stesso"

Nella prima motivazione, la persona che ci consiglia ha realmente a cuore il nostro benessere o felicità. E' convinto che, seguendo il suo consiglio, otterremo dei vantaggi. Naturalmente potrebbe sbagliarsi, però è quantomeno sincero.

Quando il consiglio è di questo tipo, è bene considerarlo: potrebbe essere un suggerimento utile, un parere istruttivo, contenere una verità su noi stessi che non sappiamo vedere.
Ma, alla fine, ricordiamo sempre di decidere con la nostra testa; per quanto possa essere amorevole un suggerimento, è difficile che l'altro sappia veramente cosa sia meglio per noi. Ed anche quando lo sa, è più prezioso sbagliare di nostra iniziativa, e imparare, che seguire le direttive altrui senza imparare nulla.
(cerchiamo però di non sbagliare per ostinata presunzione, o di non reinventare inutilmente l'acqua calda... insomma, buon senso ;-).

2. "Cambia perché serve a me"

Nella seconda motivazione, la persona che ci consiglia si dichiara interessata al nostro bene, ma nasconde un suo interesse personale. Può essere in mala fede (mente sapendo di mentire), oppure in buona fede, quando l'intento egoistico è inconscio (caso assai frequente nelle relazioni affettive).
I genitori sono il primo grande esempio di questa manipolazione: per i loro timori, insicurezze e aspirazioni, tendono a fare pressioni sui figli perché si adattino alle loro aspettative. A volte non hanno idea di quale sia realmente il bene per i figli, ma applicano meccanicamente codici di comportamento acquisiti dal passato. Non vanno colpevolizzati per questo (l'intenzione è quasi sempre positiva), ma è bene prendere le loro indicazioni con spirito critico.
Altro settore in cui i consigli manipolativi sono frequenti, sono le relazioni sentimentali. Per quanto il partner possa amarci, se non è equilibrato e in pace con se stesso, tenderà a scaricarci addosso suoi bisogni e timori in modo "trasversale", travestendoli da consigli.

Questa motivazione andrebbe respinta con calma fermezza: "Capisco le tue intenzioni e ti ringrazio, ma so che questo non è bene per me". Se qualcuno vuole manipolarci per suoi interessi, non è mai sano assecondarli (a meno che vogliamo manipolarli a nostra volta... ma questo diventa troppo complicato per i miei gusti ;-).
Anche se sono persone molto vicine a noi (genitori, familiari, coniugi...), la manipolazione non porta mai bene. Se ci adattiamo alle loro pressioni controvoglia, finiremo con l'accumulare rancore e ostilità.
Se fatichiamo a respingere le manipolazioni per paura di perdere l'approvazione o per dipendenza, ricordiamoci che non possiamo accontentare tutti.

Distinguere le motivazioni

Può non essere facile, perché entrambi i due atteggiamenti hanno a cuore il risultato; anche nel primo caso, chi ci consiglia spera di essere assecondato.
  1. Ma chi parla nel nostro interesse rispettandoci come individuo accetterà le nostre decisioni (anche quando non le condivide), non sarà particolarmente pressante (in fondo, non ha un interesse diretto);
  2. mentre chi nutre un velato e personale interesse, si mostrerà contrariato se non lo assecondate: sarà insistente, farà pressioni, manifesterà disagio e angoscia di fronte alla nostra perplessità o rifiuto (perché ha molto a cuore il proprio interesse nascosto).
In poche parole, più vogliono farvi fare qualcosa, e meglio fareste a non dar loro retta! :-D

Nel consiglio manipolatorio, vengono spesso usati i sensi di colpa (cosa c'è di più manipolativo? Le madri sono specialiste a riguardo); come pure minacce implicite: "Se non fai come dico io, te ne pentirai".
Un altro indizio ci viene dato dall'equilibrio psichico/emozionale del "consigliere": meno una persona è equilibrata, più è sofferente e infelice, e più tenderà a manipolare gli altri. Perciò, è più affidabile il consiglio di una persona serena, mentre dovremmo diffidare delle persone infelici che ci consigliano sulla nostra felicità...

Infine, non bisogna dimenticare che spesso le due motivazioni viaggiano insieme: ad esempio, il nostro partner vorrebbe sinceramente che fossimo felici... ma a volte vorrebbe che lo fossimo solo alle sue condizioni (e questa è manipolazione, non amore).

L'amore lascia liberi

Una possibile obiezione a questa distinzione è che una persona che ci ama, è per forza preoccupata e pressante; ed anzi, la preoccupazione di farci cambiare è segno di quanto tiene a noi.
Non sono d'accordo: parlando di rapporti fra adulti, un segno di maturità è il rispetto dell'individualità dell'altro; anche quando non ci piace, anche quando non siamo d'accordo. Se non rispettiamo la sua individualità, il suo diritto a sbagliare, a crescere anche attraverso la sofferenza, a fare scelte che non condividiamo, lo trattiamo come un bambino, incapace di occuparsi di sé e che va guidato. Questo è un errore (per quanto bene intenzionato) che compiono molti genitori, che non si rassegnano al fatto che il figlio cresca e vada per la sua strada; sono casi in cui l'amore diventa "soffocante" e impedisce la maturazione.
Inoltre, anche in questi casi c'è comunque una componente egoistica: chi ci ama non vuole che noi soffriamo perché egli soffre con noi (a causa del nostro legame); ed è la sua sofferenza che vuole evitare in primo luogo (senza riconoscerlo).

"Tutti pensano a cambiare l'umanità,
ma nessuno pensa a cambiare sé stesso."

(Lev Tolstoj)


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Non si può piacere a tutti

Tutti abbiamo bisogno d'amore... è talmente universale, che credo sia persino il titolo di qualche canzone!
E, subito dopo, tutti sentiamo il bisogno di sentirci approvati. C'è una stretta e potente relazione tra i due bisogni: piacere alla gente, essere popolari, essere guardati con ammirazione, è una delle cose che bramiamo di più, perché ci fa sentire degni di essere amati (o qualcosa di simile).
E' un bisogno talmente pressante, che buona parte delle persone fa istintivamente di tutto pur di piacere a chiunque. E questo è molto pericoloso, per almeno due ragioni:
  • Per piacere a tutti i costi, si rischia di tradire se stessi.
  • Non si può piacere a tutti. Poiché è impossibile, provarci porta solo a fallimenti e frustrazione.

Non si può essere amati da tutti

Una delle rivelazioni più potenti e liberatorie ch'io abbia mai avuto, è: non potrò mai piacere a tutti. Fino a quel momento - come credo chiunque - avevo cercato di ottenere l'approvazione del mondo intero, sforzandomi e arrampicandomi sui vetri e persino - lo ammetto - fingendo. Perché è un bisogno talmente forte che, finché non ne diventi consapevole, ti manovra come un burattino; prima di quella rivelazione, sei come un "mendicante" che implora continuamente l'approvazione altrui. E' una delle maggiori fonti di stress.
Inoltre, la persona che dipende fortemente dall'approvazione, suscita spesso sensazioni sgradevoli: è talmente protesa e bisognosa, che facilmente ispira un senso di tensione, falsità, manipolazione. Paradossalmente, più si ha bisogno di approvazione e più c'è il rischio di dis-piacere agli altri, di allontanarli.

E' solo dopo molti anni, molta fatica e molta frustrazione (nonché molti insuccessi), che sono arrivato a quella verità: poiché siamo tutti diversi, e abbiamo gusti, valori e opinioni diverse (vedi post Tutto è relativo), anche la persona migliore del mondo non potrà piacere a tutti. Troveremo sempre qualcuno che non ci apprezza, o ci critica, o a cui siamo semplicemente indifferenti.

Dalla frustrazione alla liberazione

All'inizio può sembrare una brutta notizia, perché vuol dire che non potremo avere tutta l'approvazione che vorremmo. Ma è poi così necessaria? E' più importante essere apprezzati dalle 10 persone che amiamo di più e che contano davvero per noi, oppure da 100 sconosciuti? (se la vostra risposta è "Da 100 sconosciuti", è probabile che ci sia sotto una grave mancanza di autostima - vedi sotto il paragrafo "Liberarsi dal bisogno").
Ma, in seconda battuta, diventa una scoperta liberatoria. Se so che è impossibile, allora posso rilassarmi (tanto non ci riuscirei comunque!) e accettare la disapprovazione, quando accade: non è più un fallimento, ma solo parte naturale della vita! Libero dall'illusione ossessiva di piacere a tutti, potrò concentrarmi sul diventare il tipo di persona che mi piacerebbe essere; e che, quindi, piace alle persone affini a me.

Amare o tradire se stessi

Cercare l'approvazione di tutti è un inferno, perché è un obiettivo impossibile, e ci induce a tradire noi stessi pur di conquistare l'approvazione di qualcuno. Purtroppo quando tradiamo noi stessi guadagniamo forse qualcosa, ma perdiamo la cosa più importante: perché è impossibile essere felici (o anche solo sereni) quando si è fuori sintonia col proprio sé.
Si tradisce se stessi negando quello che siamo, o fingendo di essere chi non siamo. In entrambi i casi, chi lo fa per ottenere approvazione è come se desse via un diamante per ottenere qualche pietruzza colorata. Anche se in certe situazioni può apparire necessario od opportuno, alla lunga diventa inevitabilmente una sconfitta.
Perché l'unica persona che sarà sempre con noi, siamo proprio noi stessi; e l'unica cosa che nessuno può portarci via, è la nostra identità: chi siamo. Se noi la buttiamo via, allora non ci rimane più niente di valore.

(Anche se, ovviamente, essere elastici e saper accettare dei compromessi sono doti necessarie per stare bene nel mondo e coltivare relazioni positive; l'integrità è una virtù, la rigidità no).

Sarò come tu mi vuoi?

Questo rischio è particolarmente insidioso in amore: "Farò/sarò tutto quello che vuoi, pur di essere amato/a da te". Se a uno sguardo romantico può sembrare naturale, in realtà è una tragedia annunciata:
  • Non si può fingere per sempre di essere chi non si è; nel momento in cui la maschera cade, tutto ciò che è basato sulla finzione crollerà.
  • Quando il/la partner scoprirà la recita (e prima o poi accadrà), si sentirà ingannato e avrà una pessima reazione.
  • Anche mentre funziona, non ci sentiamo veramente amati: perché quell'amore è rivolto a chi non siamo, alla nostra maschera.
  • Recitare in continuazione è una fatica bestiale; col tempo, il piacere della relazione si trasforma in un peso opprimente.
In poche parole, o veniamo amati per quello che siamo, o non è amore - ma finzione - e finirà male. Se all'altra persona proprio non piace come siamo, è meglio accettare l'inevitabile e cercare chi può apprezzarci.

Non si può far contenti tutti

Proprio come è impossibile piacere a tutti, è anche impossibile fare contenti tutti:
  • Ognuno ha gusti ed esigenze diverse, per cui accontentare qualcuno renderà scontento qualcun altro.
  • Tutti vorrebbero essere messi al primo posto, per cui ogni volta che diamo attenzione a qualcuno, qualcun altro si sentirà trascurato.
  • Il nostro tempo e le nostre risorse sono limitati (come per qualsiasi essere umano), quindi dedicarli a qualcuno li renderà non disponibili per altri.
Quindi il desiderio di fare contenti tutti, per quanto ben intenzionato, non può che portare frustrazione e fallimenti. Inoltre, poiché nello sforzo di fare contenti tutti tendiamo a trascurare noi stessi, il risultato più comune è che per fare felici tutti gli altri, rendiamo infelici noi stessi.
Anche in questo caso, invece di inseguire l'impresa impossibile di accontentare tutti, è più saggio scegliere chi davvero conta per noi e chi vogliamo fare contento. In questo modo i nostri sforzi saranno più focalizzati e molto più efficaci. Inoltre, se sentiamo fortemente il bisogno di fare tutti contenti (anche a costo della nostra infelicità), c'è da chiedersi quanto siamo dipendenti dall'approvazione altrui (o, in altri termini, quanto temiamo di deludere gli altri ed esserne mal giudicati).

Non tutti possono piacerti

Il corollario del fatto che tu non puoi piacere a tutti, è che non tutti possono piacere a te. Ad alcuni appare ovvio, mentre altri credono che dovrebbero andare d'accordo con tutti, approvare tutti, amare tutti (e si sentono in colpa se giudicano o disprezzano qualcuno). Certo sarebbe molto bello, ma per le ragioni esposte sopra è alquanto irrealistico: dovunque andiamo, ci sarà sempre qualcuno per noi incompatibile, fastidioso o semplicemente troppo diverso. E va bene così: il mondo è grande, se qualcuno non ci piace possiamo sempre spostarci e andare incontro a persone più affini.

Liberarsi dal bisogno

Ma se il bisogno d'approvazione è così forte, e non sempre possiamo averla dall'ambiente, allora cosa fare? La soluzione è "interna".
Se è vero che l'approvazione piace a tutti, è anche vero che dipenderne indica un problema di autostima: in pratica, meno piaciamo a noi stessi, e più abbiamo bisogno di piacere agli altri. Questa mancanza genera anche un "bisogno infinito": se non mi piaccio per niente, continuerò a cercare l'approvazione altrui senza sentirmi mai soddisfatto, perché quel "vuoto di valore" che sento dentro non può essere colmato dall'approvazione esterna (è il caso di quelle persone che devono sedurre in continuazione, perché nessuna conquista li appaga).
Bisogna allora puntare prima di tutto all'accettazione di sé, all'auto-approvazione, a coltivare l'autostima e stare bene nella propria pelle. A generare dentro di sè la convinzione di valere. Quando mi sento bene come sono, l'approvazione altrui diventa "optional": fa sempre piacere, ma non è più indispensabile. E quando non arriva, posso scrollare tranquillamente le spalle. :-)

La storia dell'asino e della famiglia

Per finire, una storiella che rappresenta benissimo il discorso...
C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino.
Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo.
Così partirono tutti e tre con il loro asino.

Arrivati nel primo paese, la gente commentava:
"Guardate quel ragazzo quanto è maleducato... lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano".
Allora la moglie disse a suo marito:
“Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio."
Il marito lo fece scendere e salì sull’asino.

Arrivati al secondo paese, la gente mormorava:
"Guardate che svergognato quel tipo... lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa."
Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.

Arrivati al terzo paese, la gente commentava:
"Pover'uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino. E povero figlio, chissà cosa lo aspetta, con una madre del genere!"
Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.

Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese:
"Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta. Gli spaccheranno la schiena!"
Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all’asino.
Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo:
"Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!"

Conclusione: vivi la tua vita, ignora le critiche

"Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi: canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi".

(Charlie Chaplin)

"Per evitare le critiche, non fare niente,
non dire niente, non essere niente."

(Elbert Hubbard)


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Il dolore silenzioso del rifiuto

Oggi una riflessione particolare... per dare voce a un dolore silente del mondo maschile: il dolore di desiderare qualcuno che ti ignora o ti rifiuta. Di quel dolore che ti "accartoccia" le viscere, che in più ti tieni dentro, e vai avanti facendo l'indifferente, e fuori nessuno si accorge... però ti sembra un po' di morire.
Credo che questo dolore particolare dei maschi sia abbastanza ignoto alle donne (che, al limite ne conoscono solo l'aspetto più estremo, volgare e sguaiato). Noi uomini il più delle volte lo nascondiamo: un po' per l'educazione a non esternare le emozioni, un po' per la cultura del "maschio forte", un po' per l'imbarazzo di ammettere una sconfitta, e un po' per pudore...
Non so nemmeno quanto le donne possano immaginarlo.

Per tutta la vita

E' un dolore che attraversa tutta la nostra vita o quasi, dall'adolescenza all'età avanzata; esclusi i periodi in cui siamo innamorati e ricambiati (per molti, ahimè, pochi e brevi rispetto al resto).
In questo lungo arco di esistenza, noi uomini siamo "condannati" dalla Natura (che determina le leggi dell'attrazione per i suoi scopi, finalizzati alla conservazione della specie e non alla felicità dell'individuo) a desiderare moltissime donne (in varia misura, da un'emozione passeggera allo struggimento a un'amore disperato)... e ad essere rifiutati o ignorati dalla stragrande maggioranza di esse (parlo per me e per molti che ho conosciuto; non posso dire per tutti, ma lo sospetto).
E' la Natura che rende il desiderio maschile così frequente e poderoso, così come è sempre la Natura che rende il desiderio femminile più contenuto, selettivo e prudente.

E siccome "è Natura", c'è poco da fare. Certo si può "investire" su se stessi, incrementare le proprie qualità ed aumentare le proprie chances; e così la situazione migliora...
ma quel divario tra desideri e rifiuti resterà quasi sempre molto ampio.

Scarsità e abbondanza

Non è per lamentarmi che scrivo questo, comunque, ma proprio per dare testimonianza di questo dolore frequente quanto silenzioso (per i più). E, forse, qualche lettrice potrà scoprire qualcosa degli uomini che non le era evidente (data la diversa natura dei due generi).
Alcune donne penseranno che il desiderio maschile sia a loro ben noto, e magari anche reso fin troppo appariscente da quelli che ci provano con insistenza. Ma attenzione: come un singolo gesto criminale fa dimenticare la folla degli onesti, così gli ottusi maschi che sbandierano quel desiderio senza ritegno fanno dimenticare la maggioranza degli uomini, che desiderano spesso in silenzio o con discrezione, e che in silenzio incassano i rifiuti o l'indifferenza.

Voi donne ribatterete che anche voi conoscete bene il dolore del rifiuto: e certamente le pene d'amore non hanno cittadinanza esclusiva. Ma voi - la maggior parte di voi - vive in una condizione opposta alla nostra, voi vivete "circondate" dal desiderio maschile. Per molte di voi, il problema è - semmai - di sovrabbondanza e selezione fra qualcosa che vi preme tanto da infastidirvi spesso; per noi uomini - al contrario - il problema è di scarsità e assenza, e il desiderare (invano) sarà quasi sempre evento assai più frequente dell'essere desiderati.

"Esistere" vs "Fare"

Anticipo una facile obiezione: "Ma non tutte le donne sono così desiderate".
Naturalmente, ma se escludiamo le pochissime prive di alcuna grazia o attrattiva, tutte le altre - per quanto banali o comuni - incontreranno comunque numerosi uomini che le vorranno.
A una donna basta "esistere" per essere desiderata, mentre un uomo deve "fare", deve "offrire un valore" perché gli accada.
"L'uomo vale per quel che fa, la donna per quel che è."
(José Ortega y Gasset)

Gli uomini sono incantati dalla bellezza (anche nelle sue forme più modeste) e dalle grazie femminili. La Natura vi ha dato questo potere, ed esso è eternamente vostro. Non a caso, si sa che l'uomo pensa di "conquistare", ma è sempre la donna a scegliere.

Desiderio e amore

Ovviamente, quando si parla di sentimenti profondi, dell'essere amati, si va su un altro piano, con altre "regole". Ma qui sto parlando principalmente di desiderio.

Inoltre, potremmo tracciare un parallelo tra il desiderio degli uomini e il bisogno di sentirsi amate delle donne; e almeno per certi versi, sono speculari l'uno all'altro, entrambi mai del tutto appagati, o solo nei periodi più fortunati.
Ma il vantaggio che avete voi donne, in questo senso, è che parlate del vostro dolore, lo comunicate e lo condividete; e questo sicuramente vi aiuta e vi conforta. Noi uomini - scioccamente - non ci concediamo questa consolazione. Vi sentite anche autorizzate a scaricarlo su di noi, a colpevolizzarci per l'amore che non vi diamo (a volte con ragione, altre volte esagerando le pretese). Spesso noi ci limitiamo alle battute astiose o amare, ma non riconosciamo al nostro dolore piena dignità.

La radice della sopraffazione?

Per finire, mi chiedo se possa essere questa la ragione (o almeno un fattore) della millenaria sopraffazione degli uomini sulle donne. Se dietro a questo atteggiamento deprecabile, non vi sia il dolore per tutti i rifiuti che, dalla notte dei tempi, abbiamo silenziosamente subito...

"L'amore è il desiderio irresistibile
di essere irresistibilmente desiderati."

(Mark Twain)

Siamo tutti simili, e abbiamo problemi simili

La maggior parte delle persone pensano di essere diversi dagli altri. Di avere qualità speciali, o problemi non comuni, od anche di valere meno degli altri. Una ricerca mostra che il 90% dei guidatori pensa di guidare meglio degli altri (!). Per non parlare dei genitori, sempre pronti a credere (quando non a pretendere) che i loro figli siano migliori della media.

Siamo meno speciali di quanto crediamo

Ma, nella maggior parte dei casi, la verità è che rientriamo nella media. Benché ognuno sia effettivamente unico, assomigliamo comunque alla gran parte degli altri esseri umani. Questo risulta difficile da accettare, perché nell'essere umano sembra esserci un potente bisogno di distinguersi. Un pressante desiderio di sentirsi "speciali".
Al limite, anche in negativo: non pochi preferiscono considerarsi pessimi in qualcosa, piuttosto di sentirsi "uno qualunque". Essere speciale "in negativo" appare comunque meglio di far parte della massa.

Mentire a se stessi

Questa illusione è favorita dall'enorme facilità con cui ci auto-inganniamo. Ognuno crede di considerare oggettivamente la realtà, invece tendiamo spesso ad esagerare (in una direzione o nell'altra); basta guardarsi intorno: quante persone sentite dire "Oh, io sono così in gamba..." oppure "Ah, sono la persona più sfortunata del mondo..."? Prima o poi, non è capitato a tutti?
E... cosa state pensando ora? Scommetto che molti di voi hanno proprio pensato: "E' vero, gli altri lo fanno... ma non io!" Bang, colpito e affondato. ;-)
Non prendetevela: è così facile, frequente e dannatamente umano.

Quando ero adolescente, ero terribilmente timido e complessato; e credevo di essere l'unico così malridotto. Voglio dire che gli altri, guardandoli da fuori, mi sembravano tutti più capaci e sereni di me (perché le persone tendono a nascondere le proprie debolezze).
E' stato solo crescendo e conoscendo realmente le persone, che ho scoperto come i miei problemi fossero molto comuni. Se l'avessi scoperto prima, mi sarei sentito sollevato ("Non sono il peggio che c'è") e avrei temuto meno il giudizio ("Se tanti altri sono come me, non è così grave").

I problemi d'amore sono sempre gli stessi

Osserviamo questo fenomeno particolarmente nell'ambito relazionale (forse perché l'intensità emotiva che lo accompagna, ci rende ancora meno obiettivi del solito).
Molti pensano di essere i più timidi, i più brutti, i più grassi, i meno attraenti, i più complessati, quelli col pene più corto o quelle col seno più piccolo, i più sensibili o i meno capaci di esprimere i propri sentimenti...
Oppure altri si sentono tanto "speciali" eppure - chissà perché - l'altro sesso non sembra accorgersene...
Ma se osserviamo queste persone dall'esterno, vediamo facilmente che i loro problemi si assomigliano tutti (e fanno quasi tutti capo, fondamentalmente, a difficoltà di valutazione, autostima e comunicazione).

Ignorare le "ricette" per la felicità

Daniel Gilbert (professore di psicologia ad Harvard) compie studi sulla felicità. Nel suo libro "Stumbling on happiness" (ediz. italiana "Felici si diventa"), ha notato che le persone non seguono le indicazioni fornite dalle ricerche su come essere più felici; ha scoperto che il motivo è perché quelle persone pensano di non rientrare nel campione, di essere "diverse". Eppure, osserva Gilbert, le varie persone non sono quasi mai eccezionali; per quanto riguarda ciò che ci rende felici, gli umani si assomigliano molto.
Come scrive Penelope Trunk nel suo blog, questo vale anche nel campo lavorativo: ci sono numerose risorse e indicazioni per raggiungere una buona soddisfazione lavorativa, ma le persone li ignorano, per lo stesso motivo; "Ma il mio caso è particolare...".

Le illusioni portano guai

Ma cosa c'entra tutto questo con la felicità? C'entra eccome.
Oltre al fatto che il rapporto che abbiamo con la realtà influenza come viviamo, una distorta percezione di noi stessi può generare diversi problemi:
  • Se credo di essere meglio della media, avrò delle aspettative irreali e tenderò a fallire; e invece di riconoscere il motivo nei miei limiti (e quindi poterli migliorare), tenderò a dare la colpa all'esterno (per non incrinare la mia convinzione).
  • Se penso che i miei problemi siano straordinari, sarò pessimista riguardo possibili soluzioni, e tenderò a non provarci nemmeno.
  • Se credo che il mio problema sia estremo, sarà difficile parlarne con qualcuno ("Sono un disastro!").
  • Se ho una immagine di me distorta, non ascolterò i pareri ragionevoli di chi mi vede come realmente sono ("Sono un disastro, ed è inutile che mi dici il contrario!").
Ma, se l'illusione di sentirsi "superiori" è comprensibile, perché alcuni invece si attaccano così tenacemente all'idea di essere "inferiori"? Come per tutte le azioni, lo si fa perché fornisce un qualche "vantaggio":
  • Può essere un modo per scaricare la responsabilità ("Non ci posso fare nulla, sono così sfortunato / limitato / brutto...")
  • Può diventare un alibi per non cambiare
  • Può essere un mezzo per attribuire al mondo la colpa della propria infelicità ("Se le persone fossero meno superficiali, mi apprezzerebbero anche se sono...")

"Normali"... e felici

E' vero, abbandonare la convinzione di essere "speciali" e diversi dalla maggioranza può essere difficile e anche deludente: se abbiamo una convinzione positiva, è doloroso "scendere dal piedistallo"; se è negativa, è inquietante lasciar cadere le scuse che ci proteggevano.
Ma riconoscere che siamo meno "speciali" di quanto crediamo, e più simili agli altri, ci può fornire diversi vantaggi preziosi:
  • Una autovalutazione realistica e un buon contatto con la realtà, sono necessari per agire correttamente e in modo proficuo.
  • Riconoscere di essere simile agli altri, e di fare quindi parte della grande comunità umana, aiuta nel non sentirsi separato, isolato ed escluso (essere "speciali" vuol dire anche essere soli).
  • Se so che i miei problemi sono comuni, posso più facilmente chiedere aiuto e trovare risorse utili per risolverli.
Inoltre, fingere consuma molte energie. Quando smettiamo la "recita" dell'essere speciali, possiamo finalmente abbandonare la tensione che comporta il mentire continuamente (in primo luogo a noi stessi), e la paura di essere scoperti. Ci rilassiamo e abbiamo molta più energia a disposizione.

Siamo simili, ma anche unici

Un'ultima osservazione: non sto parlando di appiattimento od omogeneità.
Come ho scritto sopra, so bene che ognuno è unico; che ciascuno ha talenti propri e caratteristiche peculiari, e sono il primo ad incoraggiare a svilupparli. Credo che il vero "essere speciali" accada quando abbiamo finalmente chiarito la nostra identità, il nostro io più autentico (al di là di tutte le maschere e le regole sociali) e - magari - scoperto il nostro dharma, destino o vocazione.
Ma questo non nega che - in fondo - ci assomigliamo molto. Quel che ci accomuna ai nostri "fratelli" umani è più di quel che ci distingue. Tra le tante contraddizioni dell'essere umano vi è quella per cui ognuno è, al tempo stesso, unico e simile a tutti gli altri.
Ed è proprio il riconoscere questa comunanza e somiglianza, che ci aiuta ad uscire dalla solitudine e isolamento che affliggono le moltitudini: il fatto che le altre persone ci assomigliano li rende nostri fratelli...
e conferma che veramente "Nessun uomo è un'isola" (John Donne).

"Ricorda sempre che sei unico.
Proprio come tutti gli altri."

(Margaret Mead)


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Le molte virtù della masturbazione

Una cosa che ho sempre trovato assurda, è lo stigma sociale sulla masturbazione: in questo post cercherò di dissipare quell'alone di "peccato" e informare correttamente.
E' incredibile come un'attività così innocua, naturale (anche gli animali lo fanno), utile e semplice, sia stata oggetto di tanta animosità. Paradossalmente, nei secoli c'è stata molta più avversione contro la masturbazione, che contro lo stupro (e questo la dice lunga sull'effettiva morale dei censori).
Ancora nella prima metà del XX secolo - e oltre - dottori ed "esperti" hanno declamato i pericoli e l'innaturalezza del masturbarsi. Non c'è da stupirsi, quindi, che ancora oggi molte persone la sentano come "sbagliata", immorale o comunque qualcosa di cui liberarsi. E questo nonostante gli ultimi decenni abbiano visto una completa rivalutazione (e perfino esaltazione) di questa attività da parte di medici e sessuologi.

Tutti o quasi

E' risaputo che gli uomini vi si dedicano ampiamente: i numeri raggiungono o superano il 90%. Specialmente in giovane età, è una pratica pressoché universale. E non è necessariamente legata alla mancanza di una partner: le ricerche dicono che la masturbazione risulta più diffusa tra gli uomini sposati che tra i single. Anche l'età non è un ostacolo: secondo i ricercatori di Sex in America, circa la metà degli uomini oltre i 50 anni continua a farlo.
Ma non è che le donne siano esenti: le statistiche parlano di una percentuale tra il 40 e il 50%, ma è probabile che il numero sia in realtà più elevato, e soffra di omissioni per motivi di imbarazzo. In paesi dove la morale sessuale è meno stretta (Olanda e America Latina, p.es.) la percentuale femminile viaggia verso l'80%.

E' il caso di osservare che l'impulso sessuale non è strettamente legato al genere, ma piuttosto al livello di testosterone: donne che hanno assunto dosi di questo ormone, hanno sperimentato livelli di desiderio sessuale pari a quello che provano comunemente i maschi.
Poiché certi uomini hanno bassi livelli di testosterone e certe donne li hanno elevati, può accadere che in certe coppie sia la donna a manifestare il maggior desiderio tra i due.

Benefici per le donne

Sono proprio le donne quelle che possono trarre maggiori benefici dalla masturbazione: se per i maschi la familiarità coi propri genitali e il raggiungimento dell'orgasmo sono pressoché scontati, così non è per le femmine. Per loro, masturbarsi è un modo prezioso per:
  • Imparare a conoscere il proprio corpo
  • Prendervi confidenza
  • Scoprire cosa le fa godere
  • Sentirsi bene con la proprio sessualità
Tutto questo non può che giovare anche alla sessualità in due: una donna che non si conosce e si vergogna del proprio corpo, avrà ovviamente delle difficoltà a lasciarsi andare e vivere positivamente l'intimità fisica. Viceversa, la donna padrona del proprio piacere avrà più facilità nel soddisfare se stessa e il partner.

Un piacere da condividere

Parlando di coppia, va ricordato che la masturbazione può anche essere un bel gioco da fare in due: osservare il partner mentre si accarezza, oppure accarezzarsi a vicenda, permette di prendere confidenza con la diversità dell'altro e scoprire il modo in cui prova più piacere.
Può anche essere un modo di darsi piacere reciproco se non si è ancora pronti al rapporto completo, un preliminare eccitante, o una maniera di esplorare e superare difficoltà di intesa sessuale.

Ci sono persone che coltivano l'illusione ingenua (e un po' bigotta) della coppia sessualmente sprovveduta ma in cui, grazie all'amore, il sesso funzionerà magicamente. La verità è che l'ignoranza è raramente una benedizione, e più spesso un handicap. Se non sei padrone del tuo corpo, come puoi donarlo a un altro? Puoi donare solo quello che possiedi.

Un'area su cui c'è molta ignoranza

Se l'accento posto sull'aspetto "didattico" della masturbazione vi appare esagerato ("Non c'è tutto quel bisogno di imparare..."), fareste meglio a ricredervi. Se è vero che la sessualità è un fatto naturale, è altrettanto vero che noi abbiamo "perduto" la connessione con la nostra naturalità.
Secondo Joycelyn Elders (ex direttrice del servizio sanitario degli Stati Uniti), la masturbazione va letteralmente insegnata: "E' un esercizio di apprendimento per la vita sessuale", dice, e le persone hanno bisogno di addestrarsi al sesso. "Il sesso è una forma d'arte. E' patetico quello che si fa chiamandolo sesso. La maggior parte delle persone è capace solo di smanettare".
In effetti è bizzarro (per non dire assurdo) come la nostra cultura richieda anni di formazione per attività - spesso - di secondaria importanza, mentre per aree fondamentali dell'esistenza come l'amore o il sesso, quasi tutti pensino di saperle gestire senza alcun tipo di preparazione. Ma se chiediamo alle donne cosa pensano della capacità maschile verso il corpo femminile, o agli uomini della perizia femminile nel sesso orale, le risposte sono spesso sconfortanti.

Le molte virtù

Dopo tutto quanto esposto, ragionando in termini "funzionali" possiamo dire che la masturbazione è:
  • Ecologica: non produce alcun danno, nè a noi nè a chi ci sta intorno
  • Economica: non si consuma alcuna risorsa, si è sempre liberi di farla
  • Efficiente: a differenza dell'amplesso, si arriva facilmente all'orgasmo, e non si deve scendere a compromessi con esigenze altrui
  • Salutare: gli effetti benefici dell'orgasmo (sia fisiologici che psicologici) sono ampiamente riconosciuti

Quando divide la coppia

A proposito della voce "Ecologica" qui sopra, qualcuno potrebbe obiettare che, in una coppia, la masturbazione di uno toglie qualcosa all'altro/a. Ma questo ha poco senso: se entrambi hanno voglia di fare l'amore, è ovvio che lo fanno; ma se uno solo sente il desiderio e l'altro no, la masturbazione offre una soluzione accettabile per entrambi.
Molte persone si sentono sminuite od offese se il partner si masturba (specialmente tra le donne, ho notato). A costoro vorrei dire che ci sono fondamentalmente due motivi possibili per l'attività solitaria:
  • E' la ricerca di una soddisfazione "personale", particolare, diversa da quella dell'amplesso (è un tipo di piacere diverso).
    In questo caso è una cosa "tra sé e sé", che non indica svalutazione o non apprezzamento del partner, ma ha semplicemente un suo diverso valore. Similmente a un hobby non condiviso, soddisfa un'esigenza personale (se lui costruisce modellini o lei sferruzza, non vi sentite sminuiti: è una cosa sua).
  • Ha una funzione compensatoria, soddisfa un'esigenza non appagata dal partner.
    Quando è così, è segno che qualcosa non funziona nella relazione: in quanto tale, indica probabilmente un disagio non espresso, quindi anche un problema di comunicazione; andrebbe indagato insieme, serenamente, per cercare una soluzione comune (se c'è giudizio e conflitto, sarà impossibile comunicare liberamente e arrivare a un accordo positivo). Se la soluzione non si trova (il desiderio non sempre può essere in sintonia), allora la masturbazione andrebbe accettata come compensazione non ottimale, ma che comunque contribuisce all'equilibrio della coppia.
Volere che il/la partner sia completamente ed esclusivamente soddisfatto da quello che possiamo dargli (benché auspicabile), è un mito romantico: nessuno può rappresentare l'intero mondo per qualcun'altro; le coppie più sane ed equilibrate, sono quelle che coltivano anche interessi fuori dalla coppia. Il fatto che un partner trovi soddisfazioni alternative invece di cercare sesso con terzi dovrebbe essere visto come una soluzione positiva, e non condannato (a meno che sia sintomo di un disagio profondo, nel qual caso andrebbero indagate le ragioni).

Alcuni motivi per cui viene condannata

Parlando di condanna della masturbazione, voglio esporre i motivi alla radice di due situazioni piuttosto frequenti.

Condanna nella coppia

Come ho scritto sopra, in una coppia può accadere che un partner manifesti ostilità e/o pesanti giudizi se l'altro si masturba (questa reazione negativa è particolarmente frequente nelle donne). L'accusa che viene mossa è in genere di tipo "morale": "Sei un vizioso", "Sei malato", "Hai qualcosa che non va", ecc., ma in realtà il vero motivo della reazione (che però di rado viene ammesso) è di solito una forma di insicurezza o di immaturità emotiva del partner; la ragione primaria per questa reazione, è che quel partner si sente minacciato (un partner equilibrato e sicuro di sé, non viene disturbato dal solo fatto che l'altro si masturbi).
Questo tipo di paura può assumere diverse forme:
  • "Allora non ti basto"
    La masturbazione viene vista come segno di insoddisfazione; il partner teme di non saper appagare l'altro, e si sente quindi mancante e sminuito. In realtà, come già detto, la masturbazione può accadere anche quando la sessualità di coppia sia appagante.
  • "Non hai bisogno di me" / "Non mi desideri"
    La masturbazione viene vista come segno di distacco, indifferenza o svalutazione; il partner teme di non essere voluto. Ma, come già detto, il motivo della masturbazione può essere tutt'altro.
  • Sesso come potere
    Alcune persone usano il sesso per acquisire potere sull'altro, o per controllarlo: per esempio per legare l'altro a sé, per renderlo dipendente, per ottenere in cambio dei vantaggi. In questi casi la masturbazione toglie al partner potere, perché è una forma di soddisfazione autonoma, quindi viene vista come minacciosa.
Gli stessi tipi di reazione negativa possono accadere verso l'utilizzo di pornografia (vedi paragrafo "Stimoli visivi"); anche in questo caso, è una reazione che accade più di frequente nelle donne.

Condanna della società

La condanna della masturbazione, sia da parte di autorità civili che religiose, ha radici antiche. Anche in questo caso l'accusa è spesso di tipo "morale", ma dietro si nascondono altre ragioni:
  • Per quasi tutta la storia dell'umanità, la mortalità infantile è stata elevata e la sopravvivenza alquanto difficile: per questo le autorità si sono sempre preoccupate di incoraggiare la riproduzione (vedi per esempio l'esortazione "Crescete e moltiplicatevi" nell'Antico Testamento); lo scopo era la sopravvivenza della specie, o del gruppo sociale.
    Ovviamente la masturbazione - disperdendo il seme e diminuendo l'impulso all'accoppiamento - andava contro questo imperativo, e per questo veniva osteggiata.
  • Inoltre, il controllo del sesso è spesso stato usato per controllare gli individui. Per esempio, le autorità hanno proibito il sesso fuori dal matrimonio con lo scopo di indurre le persone a sposarsi (di nuovo, per favorire la procreazione, e/o perché il matrimonio contribuisce alla stabilità della società).
    Anche in questo caso, con la masturbazione l'individuo sfugge al controllo (non procrea, non dipende da altri per la sua soddisfazione), e quindi è stata condannata o proibita.

Stimoli visivi

All'interno di questo argomento, un capitolo a sé andrebbe dedicato alla pornografia, usata come stimolo da moltissimi uomini, ma anche da una quantità inaspettata di donne.
Come tutte le cose, è in sé "neutra": la visione di immagini erotiche risulta stimolante per chiunque (che non sia moralmente condizionato), e può essere semplicemente un ausilio utile da soli, e giocoso in due. Il problema - semmai - si pone quando è una dipendenza (ogni dipendenza nasconde un problema sottostante), o quando viene preferita alla sessualità di coppia.

Sessualità complementari, non opposte

Attenzione: non sto certo dicendo che la masturbazione sia migliore della sessualità condivisa con un altro essere umano, o che la debba sostituire. Fare l'amore resta, a mio parere, una delle attività più meravigliose che si possa vivere nella vita. :-)
Però ho voluto ristabilire un equilibrio fra l'attività solitaria e quella condivisa, ridare dignità ad un atto positivo che è stato denigrato per secoli senza alcun motivo.

Buona come l'acqua

Infine, vorrei osservare che la masturbazione si può paragonare all'acqua potabile (quella del rubinetto). Entrambe sono:
  • Sempre accessibili (per i fortunati che vivono in Occidente, quantomeno, parlando dell'acqua)
  • Altamente benefiche
  • Semplici ed umili (e per questo, scioccamente disprezzate)
  • Economicissime, alla portata di tutti
  • E, quindi, fortemente "democratiche": chi le avversa o le disprezza, probabilmente ha scopi anti-democratici (per esempio, vuole manipolare o avere un controllo sulle persone interessate)

E adesso, se volete scusarmi, mi è venuta una certa ispirazione... ;-D

"Non condannate la masturbazione:
è fare sesso con qualcuno che ami."

(Woody Allen)


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In amore vince chi fugge: sarà vero?

Una riflessione sulla convinzione, molto diffusa, che "In amore vince chi fugge", ovvero che nei sentimenti l'atteggiamento di "fare il difficile" o del negarsi risulti vincente. Come tutte le "regole" in amore, non è mai del tutto vera. Ma, come tutti i luoghi comuni, possiede un fondo di verità.
Io credo che, spesso, sia una di quelle bugie che uno si racconta per non riconoscere una più amara verità. E le persone che ci credono, in realtà è perché non sanno leggere le dinamiche che ci stanno sotto. Allora ho pensato di immaginare una situazione abbastanza comune...

Quasi un classico

Diciamo che c'è Alberto, un ragazzo normale; un po' timido e insicuro. Alberto ha una cotta per Barbara, piuttosto graziosa (diciamo pure ben più di Alberto). Barbara però non prova alcun interesse per Alberto.
Invece, a Barbara piace Carlo: un ragazzo decisamente attraente, sicuro di sè, che sa di piacere e che - a volte - se ne approfitta anche.
Carlo trova Barbara carina, ma non è particolarmente interessato; si mostra disponibile, ma sa di poter avere di meglio...

Non è una situazione "classica"?
(N.B.: si può notare che spesso aspiriamo a qualcuno "più in alto" del nostro livello, o comunque non "inferiore"; direi che questo è umano e frequente. Però è un atteggiamento che fatichiamo a riconoscere in noi stessi)

Confondere la causa con l'effetto

  • Vista dall'esterno, la situazione può far pensare: "Vedi? Barbara non vuole Alberto, che le muore dietro, ma vuole Carlo, che la considera poco...
    E' proprio vero che in amore vince chi fugge!"
In realtà, in casi come questo la "fuga" non c'entra nulla: queste dinamiche sono dettate dalla maggiore o minore attrazione reciproca (a priori del darsi o negarsi) tra i vari protagonisti.
Inoltre, è vero che gli umani sono stimolati da sfide ed ostacoli: le cose troppo facili e scontate non eccitano, quelle difficili sì. Ma questo non implica che la "fuga" - di per sé - provochi interesse: se Alberto "fuggisse" da Barbara, questa (probabilmente) sarebbe solo contenta di non avere intorno qualcuno "appiccicoso".
Il "darsi" o "negarsi" può avere un peso solo in relazione ad un interesse già presente (o meno): se l'interesse c'è, il non essere troppo accessibili può aumentarlo, ma se l'interesse manca... non si resuscita un "cadavere" (un interesse mai esistito in partenza).
Quindi, direi che - il più delle volte - chi crede che "In amore vince chi fugge", confonde l'effetto con la causa.
La causa vera è l'interesse/attrattiva (a priori), mentre l'elemento "fuga" può essere solo un effetto a posteriori.

Un alibi rassicurante

  • Possiamo facilmente ipotizzare che anche Alberto, invece di riconoscere apertamente "A Barbara proprio non piaccio" (oppure che lei è fuori della sua portata), si giustifichi pensando che "In amore vince chi fugge".
    "Ecco, vedi, alle donne piacciono gli stronzi come Carlo... io invece sono un buono. Dovrei comportarmi anch'io così, ma l'amo troppo".
In questo modo Alberto, invece di svalutare la sua autoimmagine, sposta il problema al di fuori di sé. "In amore vince chi fugge" diventa un alibi per non incrinare la propria autostima. Ancora una volta, il luogo comune viene riconfermato per non riconoscere una realtà più dolorosa, o per non mettersi in discussione (cosa che Alberto potrebbe fare se si chiedesse i motivi per cui non è voluto).

  • Anche Barbara può ricorrere all'idea che "In amore vince chi fugge" per giustificare lo scarso interesse di Carlo per lei...
    Oppure ad altri luoghi comuni: "Gli uomini sono tutti...", "I bei ragazzi sono superficiali"... I luoghi comuni diventano facilmente degli alibi per coprire verità che ferirebbero il nostro Io, che ci farebbero sentire svalutati.

Questo tipo di alibi è spesso usato dalle persone insicure e con bassa autostima, come i "bravi ragazzi" (o le "brave ragazze") e i "maschi Beta".

Perché chi fugge in amore vince?

E' però vero che, a volte, mostrare meno interesse o disponibilità verso qualcuno, lo attira a noi. Come mai questo accade? Perché gli esseri umani sono influenzati da ciò che lo psicologo Robert Cialdini ha definito principio di scarsità: quando qualcosa ci sembra raro, limitato o che ci sta sfuggendo, il nostro interesse aumenta. Si potrebbe vedere questo comportamento come un'altra reazione alla paura della perdita ("loss aversion"): poiché rinunciare a qualcosa ci fa soffrire, quando temiamo di perdere qualcosa il suo valore sembra aumentare.
Queste dinamiche, applicati alle relazioni, fanno sì che le persone meno disponibili tendono a suscitarci più interesse. Questo può farci pensare che se ci mostriamo più distanti, disinteressati o freddi verso qualcuno che ci piace, le nostre quotazioni aumenteranno; la risposta è "dipende", da diversi fattori:
  • Come ho spiegato sopra, dipende dalla presenza di un qualche interesse a priori: negarsi difficilmente crea interesse quando anche prima non ce n'era affatto.
  • Dipende da quante opportunità ha la persona che ci piace: se ne ha molte (è popolare e desiderata), la prospettiva di "perderci" appare meno minacciosa; viceversa se ne ha poche, questa strategia può essere più efficace.
  • Dipende dalle esperienze di quella persona e dalle sue inclinazioni: se è stata ferita da persone fredde, fare il freddo avrà un effetto negativo verso di noi; se è una persona impaziente o insicura, mostrare disinteresse potrebbe indurla a dirigersi altrove, ecc.
    Non c'è mai un unico modo in cui reagiamo alle situazioni.
  • Dipende dai futuri avvenimenti (che non possiamo prevedere): se io faccio il difficile, nel frattempo potrebbe arrivare qualcuno più interessante (e disponibile) di me... e allora tanti saluti!
    Restando sulle mie (per esitazione, timidezza o strategia), c'è sempre il rischio che sia io a perdermi l'opportunità.

Chi fugge in amore a volte vince... e a volte perde

In sintesi, non sempre in amore vince chi fugge. Tenendo conto dei vari elementi esposti sopra, diventa più facile capire perché a volte ci sembra così (anche quando non è vero), e perché a volte accade davvero così. Senza contare che "fuggire" in amore comporta dei rischi, come perdere delle opportunità o attrarre le persone sbagliate.
Personalmente ritengo che, in molti casi, essere autentici sia seducente; poi sta a ciascuno scegliere il modo di porsi che meglio funziona per lui.

Bisogno e dipendenza non attraggono

Infine, aggiungerei una cosa: se mostrare interesse può suscitare interesse (a quasi tutti piace sentirsi voluti), mostrare bisogno e dipendenza non attrae quasi nessuno. Un tipo come Alberto (che possiamo immaginare come poco fiducioso di sè, bisognoso e tendente ad "appiccicarsi"), crea facilmente reazioni di rifiuto.
Similmente, mostrare una totale e incondizionata disponibilità verso qualcuno (essere sempre pronti e a disposizione, sempre desiderosi e in attesa), ci rende "scontati" ai suoi occhi; e quindi meno interessanti e di valore (attribuiamo molto valore a ciò che è raro o irraggiungibile, e poco valore a ciò che è a portata di mano). Questo può apparire ingiusto, ma ricordiamo che la vita non funziona secondo principi di equità, bensì in modo "darwiniano".
Chi fa il "cagnolino adorante" o lo "zerbino" ha scarse possibilità di successo: se non è sempre vero che "In amore vince chi fugge"...
è quasi sempre vero che gli "zerbini" finiscono calpestati. ;-)

P.S.: Il genere dei personaggi è casuale: se invece di Alberto, Barbara e Carlo avessimo Ada, Bruno e Cinzia, la situazione non cambierebbe.

"Chi non mi ama, non mi merita."
(Detto popolare)


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