Guadagniamo di meno... o spendiamo di più?

E' opinione comune che il costo della vita sia aumentato notevolmente, rispetto a qualche decennio fa. O, in altri termini, che il potere d'acquisto dei salari sia fortemente diminuito.
Pur riconoscendo che, in parte, questo è realmente accaduto, mi sono chiesto quanto sia vero in termini oggettivamente matematici, e quanto invece sia una percezione dovuta all'aumento dei consumi.
Al giorno d'oggi esiste una vasta gamma di consumi, che 30 anni fa semplicemente non esistevano. Poiché la loro introduzione è stata progressiva, essi ci appaiono come parte integrale e scontata dei nostri stili di vita... ma, ugualmente, rappresentano un costo che prima non c'era (o era minore).

Una lunga lista di nuovi "bisogni"

Proviamo a pensare a tutti quegli acquisti, oggi pervasivi, che agli inizi degli anni '80 ancora non esistevano, o non facevano parte dello stile di vita comune... ma che oggi riteniamo bisogni più o meno irrinunciabili:
  • Cellulari e smartphone (in costante rinnovamento), e bisogno continuo di comunicare
  • Computer (e periferiche, accessori, programmi...)
  • Internet, e connessione sempre e ovunque (Wi-Fi, chiavette, computer portatili...)
  • L'invasione dei dispositivi mobili (iPad, iPhone e tutti gli altri...)
  • Televisori LED, 3D, 4K, sempre più grandi
  • Canali TV a pagamento
  • DVD e Blu-Ray disc
  • Navigatori satellitari
  • Videogiochi e console
  • Climatizzatori
  • Automobili con airbag, ABS, ESP, catalizzatore, navigatore, predisposizioni audio... (tutte cose che rendono un'auto più complessa e costosa). Le auto sono diventate sempre più grandi, potenti e pesanti
  • Abiti firmati
  • Chirurgia estetica
  • Vacanze all'estero, settimane bianche, viaggi nei weekend
  • Scolarità prolungata dei figli
  • Corsi e attività extra-scolastiche per i figli
  • Accompagnare i figli a scuola e alle attività, quindi necessità di una seconda auto in famiglia
  • Fitness, diete, alimenti "speciali"
  • Cure, trattamenti ed esami sanitari recenti
  • Cambiamento nelle ambizioni abitative: c'è stata una forte tendenza verso le case fuori città (il che porta a più auto, più spese di trasporto, meno tempo...) o unifamiliari (mutuo più alto, maggiori spese...). Fino agli anni '70 molti italiani vivevano ancora in case di ringhiera.

Guadagnare 100 e spendere 120

Se è in parte vero che il potere d'acquisto è diminuito, quanta parte del reddito viene assorbita da questi "nuovi" consumi? Questa vasta gamma di bisogni indotti, quanto genera una "impressione di povertà"?
Se ieri guadagnavo 100 e spendevo 80, ed oggi guadagno ancora 100 ma voglio di più e spendo (o vorrei spendere) 120... ecco che mi sento più povero di ieri (anche se il mio stipendio è rimasto uguale).

Facciamo un conto veloce, e per difetto (euro al mese, per famiglia):
  • Telefonia cellulare (ricariche) = 40-120
  • Computer (2, ogni 3 anni) = 40-60
  • Internet flat = 20-40
  • Pay TV = 20-40
  • DVD, videogiochi, media vari... = 40-100
  • Abbigliamento "di moda" = 40-120
  • Seconda auto = 80-120
Totale, da 280 a 600 euro al mese (considerando una famiglia a reddito medio-basso, ed una a medio-alto), solo per questi consumi "nuovi"! (che sono soltanto una parte dell'elenco precedente)

Ipnotizzati dai media

Probabilmente questo fenomeno è in parte dovuto ai media e alla pubblicità, che contribuisce a farci sembrare "normale" un certo stile di vita (sofisticato, complesso e costoso), perché ci viene continuamente presentato davanti agli occhi.
Da una parte ci si sente quindi "in diritto" di vivere in quel modo e, dall'altra, si tende a farlo per non sentirsi "inferiori" agli altri: una tendenza che, nel mondo anglosassone, è ben conosciuta ed ha anche un nome: "Keeping up with the Joneses". Significa "Stare dietro ai signori Rossi", e indica il bisogno di acquistare ed esibire per non sentirsi inferiori a chi abbiamo intorno. In America è una patologia riconosciuta, nonché una conclamata causa di problemi economici di molte famiglie.

Consumi in rialzo, anche con l'economia in ribasso

Si potrebbe osservare che il miglioramento delle condizioni di vita e l'aumento dei consumi, fanno parte dell'evoluzione della società. E' vero, ma questi ultimi decenni hanno visto un'espansione dei consumi rapida e straordinaria; i bisogni base della famiglia media inizio anni '80 non erano molto diversi da quelli degli anni '60: oltre alla casa, c'erano automobile, TV, frigorifero e lavatrice. Dopo di che c'è stata una continua accelerazione, specialmente nel settore tecnologico.
E' vero che il costo della tecnologia è progressivamente diminuito, ma la quantità di oggetti tecnologici che riempiono la nostra vita è dilagata (e la loro vita media si è abbreviata).
Inoltre, mentre nel trentennio 1950-1980 l'aumento dei consumi si è accompagnato a una crescita economica, nel trentennio successivo (1980-2010) l'espansione dei consumi è continuata nonostante il progressivo declino dell'economia, a partire dagli anni '90.

Consumi e felicità

A scanso di equivoci, non sto rimpiangendo il passato: non giudico l'oggi meglio o peggio di ieri (di certo è diverso, ma le valutazioni sono soggettive e personali). Mi chiedo solo quanto l'espansione dei consumi possa contribuire ad aumentare la "sensazione di povertà" (più aumentano i bisogni percepiti, meno le risorse appaiono sufficienti).
In tutta onestà, non mi sembra che - mediamente - siamo più felici di 30 anni fa. Personalmente, sono contento del progresso e non rinuncerei ad alcune delle cose elencate sopra... ma riconosco che non contribuiscono significativamente al mio livello di felicità; la felicità non sta negli oggetti.
Una riflessione necessaria, a questo proposito, è sulla differenza tra "tenore di vita" e "qualità della vita" - una distinzione ignorata da molti. L'abbuffata consumistica è, in buona misura, dovuta al senso di vuoto e insoddisfazione diffusi: si crede che avere (o fare) sempre più cose possa riempire quel vuoto. Ma quel vuoto è interiore, di natura affettivo/esistenziale, e gli acquisti non possono mai colmarlo; possono dare solo un temporaneo sollievo.

Non è colpa mia!

Di fronte a questa mia interpretazione, una possibile (e diffusa) reazione è di negazione: rifiutare la corresponsabilità nel problema, puntare l'indice solo su cause esterne (es. aumento dei prezzi, svalutazione dei salari...). In pratica, fare come i bambini che, presi "con le mani nel sacco", come prima cosa si difendono con un "Non è colpa mia!".
Ovvero, fa sempre comodo (ed è un istinto naturale) attribuire tutte le colpe all'esterno... ma spesso si è - invece - corresponsabili. Anche nel caso del costo della vita, il problema è in parte responsabilità del consumatore, che vuole sempre di più (anche quando non si tratta di beni primari e non se li può permettere).

Consumare non è un "diritto"

Il problema non sono i desideri o i consumi in sé: il problema è quando vengono dati per scontati, considerati un "diritto", e non più solo una possibilità. Quando una cosa ci appare scontata ma non possiamo averla, proviamo frustrazione e rabbia, ci sembra che ci sia stato fatto un torto. Pensiamo che ci sia un colpevole, che il mondo "funzioni male"; tendiamo ad attribuire all'esterno le cause del nostro malessere. Ci sentiamo infelici e crediamo che non dipenda da noi.
Invece, se siamo consapevoli che un desiderio è solo una possibilità, quando non possiamo (più) averla ne siamo - ovviamente - dispiaciuti, ma sappiamo che può accadere, che fa parte della vita; in cui a volte otteniamo quel che vogliamo, ed altre no.


Il tempo scomparso

Una considerazione simile si può fare a proposito del tempo a disposizione. Quando ero ragazzino (30-35 anni fa), la domanda più comune quando ci si ritrovava con gli amici era "Cosa si fa?". Era più facile trovare tempo che qualcosa da fare.
Oggi tutti si sentono terribilmente impegnati - sembra una specie di mania (o smània). Ovviamente, il tempo oggettivo è rimasto tale e quale: il giorno ha sempre 24 ore per tutti quanti. E certe innovazioni o apparecchi ci permettono anche di risparmiarne. Però, le attività possibili si sono moltiplicate, cosicché il nostro tempo ci appare sempre meno adeguato a tutto quello che vorremmo (o dovremmo) fare.

Anche in questo caso, quindi, non è diminuito il tempo a nostra disposizione (anzi, semmai è aumentato), ma è cresciuto a dismisura quello che vorremmo farne.
In altre parole, sembra che siamo tutti vittime di una "voracità" (di consumi, di denaro, di tempo...) in continua e incontrollata crescita.

"Il vero fine dei mezzi di comunicazione non è più quello di informare il cittadino,
bensì di formare il perfetto consumatore."

(Giuseppe Altamore)


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