Uomini e donne: 10 motivi per cui litighiamo

Uomini e donne faticano a capirsi, e spesso discutono animatamente (arrivando a bisticciare, scontrarsi o litigare); lo notiamo tutto intorno a noi (e pure a casa nostra!), e lo osserviamo in varie discussioni su Internet. Specialmente quando si parla di sesso, relazioni od altri argomenti "caldi" (abusi, violenze, discriminazioni ...), si passa spesso dalla discussione all'attacco.
Come molti altri, mi sono chiesto perché questo accade, perché sembra così difficile rispettare il punto di vista altrui e così facile "scaldarsi" quando è diverso dal nostro. Ho individuato diversi motivi alla radice di questo fenomeno, e ho compilato una lista con dieci atteggiamenti che portano al conflitto nelle discussioni.

Parità tra i sessi

Prima di iniziare, voglio stabilire alcuni concetti base:
  • Non c'è un genere "migliore" o "peggiore", non esiste un sesso "buono" o "cattivo": donne e uomini sono semplicemente diversi (per molti aspetti). E' facile da riconoscere in teoria, ma è più difficile evitare i vari pregiudizi a riguardo.
  • Ogni "difetto" o mancanza in un sesso, ha un qualche equivalente nell'altro.
  • Può piacervi di più l'uno o l'altro, si può notare che un genere è di solito più abile in alcuni aspetti... ma, globalmente, nessuno dei due può dirsi "migliore".
    Di nuovo, sembra evidente... ma se fosse tanto ovvio e tutti ci credessero, non ci sarebbe tanto dibattito.
  • Il sessismo (pensare che un sesso sia "migliore" o "peggiore" dell'altro, a prescindere) è una sorta di razzismo. E come con qualsiasi tipo di razzismo, dall'esterno ci rendiamo conto che è una cosa stupida ma, quando siamo noi a crederci, ci attacchiamo a quel pensiero e resistiamo a metterlo in discussione.
  • Se siamo (teoricamente) d'accordo con quanto detto sopra, ma ci viene da aggiungere un "Sì, però...", di solito questo significa che prendiamo un evento personale e gli diamo un significato globale (vedi il paragrafo "2) Confondere l'esperienza con la realtà").
    Ovviamente ci sono eccezioni per ogni cosa; ma l'eccezione non cambia la regola.
Quindi, tutto quello che dirò d'ora in poi sarà ugualmente valido per entrambi i sessi.


Dieci motivi per cui uomini e donne litigano

  1. "Mancanza di obiettività"
  2. "Confondere l'esperienza con la realtà"
  3. "Essere diversi"
  4. "Parteggiare per i nostri simili"
  5. "Combattere la realtà"
  6. "Dare la colpa"
  7. "Aspettative"
  8. "Risentimento"
  9. "Idealizzazione"
  10. "Il bisogno di avere ragione"


1) Mancanza di obiettività

In primo luogo, dobbiamo riconoscere che tutti "deformiamo" la realtà in qualche modo; le nostre convinzioni sono sempre soggette alla percezione personale e alle interpretazioni. Essere pienamente obiettivi e imparziali è praticamente impossibile, quasi "inumano".
Ironicamente, la persona più obiettiva è proprio quella che ammette i suoi pregiudizi (e può quindi arginarli); quelli che pensano "Io non ho pregiudizi!", spesso ne sono pieni.

2) Confondere l'esperienza con la realtà

Le nostre esperienze personali formano il modo in cui vediamo la realtà; le nostre emozioni plasmano le nostre convinzioni. Il problema è che la realtà è molto più vasta e variegata della nostra limitata esperienza. Invece, crediamo istintivamente che la nostra esperienza rappresenti la realtà in senso esteso. E ci aggrappiamo a quello che le nostre emozioni ci dicono ("Le donne sono bugiarde!", "Gli uomini sono traditori!"), nella speranza di evitare di essere feriti nuovamente.
In altre parole, confondiamo il personale con il globale. Ma la "mia realtà" non è la realtà; dovremmo essere in grado di distinguere l'una dall'altra.

3) Essere diversi

Il fatto che uomini e donne siano per molti aspetti diversi (come ben espresso nel libro "Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere" di John Gray), rende difficile capire il sesso opposto; ciò che ci è ignoto è più difficile da comprendere.
Specialmente su argomenti verso cui i due generi hanno atteggiamenti diversi (come la sessualità o la pornografia), questa differenza suscita facilmente conflitti; l'altro punto di vista ci risulta "alieno", e ci appare incomprensibile o assurdo.

4) Parteggiare per i nostri simili

Ci schieriamo istintivamente con chi ci assomiglia o ci è prossimo, o verso cui sentiamo una appartenenza (il nostro partner, i nostri figli, i nostri amici, la nostra squadra, i nostri concittadini o connazionali... e, di solito, il nostro stesso sesso).
Siamo sempre più ben disposti verso il "Noi" (qualunque cosa includiamo in quel "Noi") di quanto lo siamo verso di "Loro" (quelli che sentiamo estranei o diversi da noi).

5) Combattere la realtà

Alcuni fatti della vita sono inevitabili (il giorno e la notte, il clima, il fatto che si muore...); è il modo in cui va la vita. Combattere queste cose è solo uno spreco di tempo. Eppure, quando non ci piacciono quei fatti, spesso li attacchiamo, nella vana speranza che la nostra volontà possa cambiare la realtà.
Per esempio: gli uomini vogliono fare sesso di frequente (anche solo per il gusto di farlo); le donne sono attratte dai "maschi alfa", o dagli uomini alti; tutti sono affascinati dalla bellezza... Questi fatti sono veri per la maggior parte delle persone. Che ci piaccia o meno, questa è la realtà pura e semplice. Se io combatto questa realtà, farò come Don Chisciotte che combatteva i mulini a vento (poetico forse... ma inconcludente e fastidioso).

6) Dare la colpa

Quando ci mettiamo a biasimare gli altri, tendiamo a negare le nostre responsabilità; ed attribuiamo a loro tutte le colpe, a prescindere.
Alcune persone assorbono questa attitudine al biasimo dalla famiglia, altri la sviluppano come una sorta di protezione, ma una cosa è certa: dare la colpa non risolve nulla. E' una specie di "scappatoia infantile", dove si vede se stesso come "innocente", e la colpa è sempre di qualcun altro.
Ma nella maggior parte dei problemi, ogni parte coinvolta ha qualche responsabilità a riguardo, e solo riconoscendo quella responsabilità possiamo contribuire alla soluzione. Oppure ci sono situazioni in cui non esiste colpa (magari perché il problema è dovuto a cause esterne), quindi lanciare accuse è privo di senso.
Peraltro, quando tutti biasimano tutti, ci possono essere solo bisticci che non portano a nulla.

7) Aspettative

Tutti abbiamo numerose aspettative (spesso non dichiarate o inconsapevoli). Queste aspettative in genere provengono dalle nostre "radici" (famiglia, insegnanti, cultura...) e in buona misura non vengono messe in discussione: "Gli uomini dovrebbero sempre essere forti e sicuri", "Le donne dovrebbero essere sottomesse", "Gli uomini dovrebbero prendere l'iniziativa" , "Le donne dovrebbero pulire la casa", e così via...
Quando qualcuno delude una nostra aspettativa abbiamo una reazione intensa, perché crediamo che sia una cosa scontata: che sia semplicemente "Il modo in cui va il mondo (o dovrebbe andare)". In realtà, un'aspettativa è soltanto una convinzione nella nostra mente; è solo una regola arbitraria, e ognuno ha le sue regole.
Abbiamo aspettative riguardo il mondo e riguardo il nostro partner (ed anche su noi stessi!), ma di rado le esprimiamo apertamente; e sovente, le aspettative inespresse sono le più gravose. "Tu mi darai tutto il sesso (e/o amore) di cui ho bisogno", "Tu mi renderai sempre felice"... se non le mettiamo in discussione, non possiamo renderci conto che sono spesso irrealistiche.

Quando veniamo delusi, proviamo spesso un senso di tradimento: "Ma noi dovremmo essere..."," Ma tu avresti dovuto...". Magari l'altro ha infranto una promessa, ma forse non sa nemmeno che cosa avrebbe dovuto fare (l'aspettativa potrebbe non essere mai stata espressa apertamente), oppure non si è mai detto d'accordo con essa.
Possiamo anche notare che, alla base di tutte le relazioni umane (dal governo al partner, passando per amici e persino sconosciuti), c'è questa aspettativa: noi desideriamo che gli altri ci rendano felici, e/o non ci facciano soffrire. Quando questa aspettativa viene delusa (il che è inevitabile), ce la prendiamo con loro.

8) Risentimento

Quando discutiamo ferocemente su qualcosa (anche se non è niente di che), o quando attacchiamo qualcuno senza ragione (o per ragioni futili), forse la vera causa non è l'argomento in questione. Forse tutta la furia e l'intensità provengono da qualche risentimento sottostante.
Potrebbe essere risentimento accumulato verso quella persona per motivi precedenti, e che ora sta traboccando; oppure potrebbe essere qualcosa di più vecchio, legato ad altre persone o eventi, e la situazione attuale è solo l'elemento scatenante. Forse questo evento ci ricorda un vecchio dolore, o forse questa persona assomiglia a quella che ci ha ferito in passato.
Il nostro dolore rende difficile discernere; ci offusca la mente. Quando la nostra ferita è molto profonda, potremmo anche essere risentiti verso un'intera categoria (maschi, femmine, un gruppo etnico, una nazione...), perché il dolore può accecarci e farci credere che tutti quelli che assomigliano a chi ci ha fatto del male, sia nostro "nemico".

9) Idealizzazione

Idealizzare significa mettere qualcuno sul piedistallo, pensando che sia perfetto (o il migliore, o meglio di ciò che realmente è). Pensate ai tifosi: di solito idealizzano la propria squadra. Se idealizzo una donna (come accade quando ci innamoriamo perdutamente), la vedrò come perfetta e immacolata.
Il problema dell'idealizzazione è che distorce la realtà, e fa sembrare peggiore tutto il resto: se la mia squadra è la migliore, le altre devono per forza essere scadenti. Inoltre, quando si idealizza qualcuno, si diventa ciechi alle loro mancanze: se sono convinto che le donne siano creature perfette, allora ogni problema deve essere colpa degli uomini. In un certo senso, il patriarcato ha idealizzato gli uomini, negando le loro debolezze e quindi colpevolizzando le donne al loro posto (nel Medioevo era convinzione comune che "Gli uomini non sono lussuriosi, sono le donne a sedurli e indurli in tentazione!").

Un altro problema dell'idealizzazione è quando crolla (e prima o poi succede, perché nessuno è così impeccabile). Quando un "idolo" cade, chi l'ha idolatrato si sente profondamente deluso, amareggiato, risentito (vedi il paragrafo precedente "8) Risentimento").

10) Il bisogno di avere ragione

Tutti vogliamo avere ragione e, per quanto possa apparire futile, questo bisogno ci influenza poderosamente. Spinti da esso, non è difficile arrivare a calpestare gli altri (anche coloro che amiamo), pur di continuare a sentirci "dalla parte del giusto".
Oltre che distruttivo, questo bisogno è spesso anche assurdo, nelle frequenti situazioni in cui nessuno dei due ha oggettivamente torto o ragione.


Vale per tutti

Ho compilato questa lista concentrandomi soprattutto sui conflitti tra uomini e donne, ma la maggior parte di questi atteggiamenti possono essere presenti in ogni discussione e litigio tra le persone; è parte della natura umana.

Anche quando siamo in grado di riconoscere razionalmente tutte le mancanze che ho evidenziato, tendiamo comunque ad aggrapparci istintivamente alle nostre convinzioni, alla nostra visione soggettiva. In un certo senso, è ciò che ci rende umani (solo una macchina è in grado di essere sempre obiettiva e distaccata), ma è anche una potenziale fonte di guai.

Se i motivi di questi conflitti sono comprensibili, perché continuiamo a litigare? Perché indulgiamo in questi comportamenti? In parte perché:
  • Dare la colpa agli altri è facile e piacevole: fa sentire meglio le persone, non responsabili, innocenti ("Non è mio il problema, è tuo!", "E' tutta colpa loro!").
  • Abbiamo una sorta di "cecità" verso i nostri limiti e preferenze. Siamo come pesci circondati dall'acqua, siamo immersi nelle nostre convinzioni e pregiudizi, per cui è difficile riconoscerli, guardarli "da fuori" e diventarne consapevoli.
  • I pregiudizi donano rassicurazione, evitano l'incertezza. Se qualsiasi persona potrebbe compiere qualsiasi azione, mi sento minacciato (non ho controllo, non ho modo di prevedere cosa accadrà). Se invece credo che il "male" viene solo da certe persone, posso (tentare di) controllarle, o di prevederne le azioni.
"E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio."
(Albert Einstein)

Nessuna bacchetta magica

Non c'è una "pillola" per risolvere questi conflitti. Poiché gli esseri umani sono creature scarsamente razionali e obiettive, non si può superare facilmente gli atteggiamenti elencati sopra. In parte, questo rende la vita e le relazioni più interessanti. ;-)
Quello che possiamo fare, è diventare consapevoli di questi atteggiamenti in noi stessi; più siamo consapevoli dei nostri pregiudizi, meno questi pregiudizi possono distorcere la nostra percezione. Quando ci capita di discutere e "scaldarci", ci possiamo chiedere: "Sto vivendo uno di questi atteggiamenti?".

Il rimedio primario, credo, rimane il vedere gli altri così come sono (invece di come vorremmo che fossero), e poi accettarli per quel che sono. Anche quando non ci piace come sono.
Dopo tutto, non è quello il modo in cui vorremmo essere trattati dagli altri? :-)

"La maggioranza delle persone crede di pensare,
mentre stanno soltanto riorganizzando i loro pregiudizi."

(William James - citato by David Bohm)


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Come mantenere il desiderio sempre vivo

Molte coppie, anche quelle partite con molta passione e un forte coinvolgimento, spesso sperimentano - nel tempo - una diminuzione progressiva del desiderio. Per non parlare delle coppie sposate (o comunque stabili), per cui il calo del desiderio, dell'intensità emotiva, è un fatto dato quasi per scontato.
Ma anche su un piano esistenziale, per molti l'affievolirsi del desiderio, della soddisfazione in alcune aree della loro vita, è un problema. Ci si chiede "Come mai quella cosa che desideravo tanto, o che prima mi dava grande appagamento, ora non mi emoziona più?".

Il ciclo del desiderio e della soddisfazione

Per provare a rispondere, dobbiamo prima capire come funziona il ciclo del desiderio e della soddisfazione. Semplificando, possiamo identificare 4 fasi:
  • Desiderio - La potente spinta verso qualcosa o qualcuno. Di solito provocato da bisogno e/o mancanza. Di intensità crescente nel tempo (più a lungo desideriamo qualcosa, più il desiderio cresce).
  • Raggiungimento - Quando otteniamo quello che desideravamo.
  • Soddisfazione - L'appagamento che deriva dal raggiungimento. Dopo una fase di elevata intensità, tende a descrescere progressivamente.
  • Quiete - Dopo la soddisfazione arriva un periodo di tranquillità, in cui il desiderio è attenuato, od anche assente.
Naturalmente, persone diverse in situazioni diverse possono vivere questo ciclo con ritmi differenti.

Senza desiderio non c'è soddisfazione

Osservando questo ciclo, possiamo trarre due conclusioni:
  • Senza la fase iniziale del desiderio, non ci può essere soddisfazione. Se non desideriamo affatto qualcosa, ottenerla non ci porta alcun appagamento (cosa mi importa di qualcosa/qualcuno verso cui non ho alcun interesse?).
  • L'intensità dell'appagamento è proporzionale all'intensità del desiderio: se il desiderio è lieve (magari perché ha avuto poco tempo per svilupparsi) la soddisfazione non può essere intensa.
Da questo, risulta evidente come desiderare (cioè sperimentare il bisogno o la mancanza di) qualcosa prima, sia necessario sia per l'intensità del desiderio che per sperimentare l'appagamento dopo.
In pratica, l'intensa emozione che proviamo nel raggiungere un obiettivo (sia affettivo che materiale), non è dovuta tanto all'obiettivo in sé (persona, situazione, oggetto...), ma al livello di desiderio (brama, bisogno, mancanza...) che abbiamo accumulato.
(con questo, non voglio dire che l'importanza di quella persona - od altro - sia solo relativa al desiderio... ma che le emozioni travolgenti, le grandi passioni, sono profondamente radicate nel desiderio che proviamo per esse; senza desiderio, l'emozione perde le sue radici, e sfiorisce).

Perché desiderio e soddisfazione calano

Questo meccanismo di desiderio e soddisfazione, aiuta di comprendere diverse situazioni che - altrimenti - risultano misteriose...
  • Spiega (almeno in parte) il calo del desiderio e dell'emozione nelle coppie stabili
Laddove prima l'amato era lontano e questo ci permetteva la crescita del desiderio, ora è sempre presente. E come può mancarci qualcuno che abbiamo già lì?
Per quanto l'amiamo o sia importante per noi, senza lo spazio/tempo in cui il desiderio (mancanza) può crescere, l'emozione non può salire ai livelli spasmodici di quando ci mancava.
  • Lo stesso accade fra gli amanti
Sempre colmi di desiderio e passione che poi, se/quando possono stare sempre insieme, scoprono che tutta quell'emozione diminuisce drasticamente (quando non scompare).
  • Spiega perché i beni materiali appagano solo brevemente
In genere, l'emozione era dovuta al desiderarli, non tanto al bene (o al possesso) in sè. Quindi l'acquisto tanto ambito, o la "shopping-terapia", ci possono recare solo un piacere temporaneo, finché un nuovo desiderio (per altri oggetti) ci emozionerà nuovamente...
Nella misura in cui la ricchezza permette di acquisire facilmente quel che si desidera (almeno a livello materiale), questo riduce anche la distanza che separa desiderio e raggiungimento; quindi il desiderio non può diventare intenso, e la soddisfazione - di conseguenza - si riduce.
In altre parole, quel che è troppo facile produce poco appagamento.

Come mantenere vivo il desiderio

Dopo aver compreso come funziona questo ciclo, l'unica via per mantenere acceso il desiderio sembra essere quella di "lasciare uno spazio" perché esso possa crescere nuovamente. In altre parole, non temere la mancanza, la distanza, l'assenza o il bisogno... ma concederseli, usandoli come stimolo che ravviva il desiderio.
In una relazione, può voler dire lasciare uno "spazio fra i partner" (sia fisico, di lontananza, sia di attività e interessi), per cui si ravvivi il piacere di ritrovarsi e unirsi.
  • Permettersi di "mancarsi", per potersi re-incontrare.
  • Coltivare interessi diversi, per poter poi condividere e scambiare.
  • Lasciare uno spazio di mistero e "non detto", perché l'altro rimanga un territorio da scoprire.

Alcuni temono il senso di desiderio o bisogno, perché lo vivono come mancanza dolorosa; per questo - spesso - cercano l'appagamento immediato dei loro desideri. Però questo impedisce al desiderio di "lievitare", e quindi anche alla soddisfazione di essere elevata.
Per certe persone che temono la solitudine o il senso di vuoto, "creare uno spazio" può essere un problema: esse tendono (a volte ossessivamente) a "riempire" la propria esistenza (con quello di cui sentono il bisogno)... ma in questo modo non si lascia più spazio al desiderio (e la soddisfazione cala).

Quelli che stanno sempre appiccicati al partner, con cui vogliono condividere tutto, rischiano di finire con un senso di abitudine e monotonia; e, prima o poi, di ritrovarsi con un bisogno di novità ed eccitazione (magari fuori dalla coppia), perché il partner - nel frattempo - è diventato una sorta di "accessorio" costante della loro vita: non è più uno stimolo, una scoperta, una conquista.
Anche la sicurezza e la stabilità (che a molti appaiono come una conquista preziosa), sono fattori che possono "uccidere" il desiderio. Più qualcosa è stabile e sicura, meno è stimolante; non temiamo di perderla, è costante e diventa scontata (e a nessuno piace sentirsi scontato).
Non sempre il matrimonio è la tomba dell'amore, ma la sicurezza è la tomba del desiderio.

L'amore ha bisogno di spazio

Il poeta libanese Gibran ci ricorda l'importanza di lasciare questo "spazio" in una coppia vitale:
"Ma vi sia spazio nella vostra unione. E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
le colonne del tempio si ergono distanti,
e la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro."

(da "Il Profeta - Sul matrimonio")

Altri fattori emozionali

Oltre al meccanismo sopra esposto, naturalmente il desiderio può andare in crisi per molte altre ragioni. Di seguito elenco alcuni fattori di natura emozionale, che possono fortemente influenzare il desiderio o la disponibilità al sesso con il partner.

Se non ci sentiamo amati o voluti

Si dice che l'uomo ha bisogno del sesso per sentirsi amato, la donna ha bisogno dell'amore per aprirsi al sesso (non sempre è così, ma è un'indicazione spesso valida). In realtà tutti abbiamo bisogno sia di sentirci amati che desiderati.
  • Quando non ci sentiamo amati (o ci sentiamo "amati male"), tendiamo a chiuderci, a ritrarci nella sofferenza, e questo include una chiusura sessuale.
  • Sentirsi non voluti o respinti sessualmente, ci porta a chiuderci e alla freddezza affettiva (questo è specialmente vero per gli uomini, ma non solo).
Questo tipo di ferite possono portare a circoli viziosi, per cui uno dei partner si chiude e induce così l'altro a chiudersi a sua volta; finché entrambi i partner si ritrovano distanti e isolati, magari senza nemmeno capire bene cosa sia successo.

Se ci sentiamo usati

Ci sentiamo usati quando gli altri non si curano di noi o dei nostri bisogni, non ci apprezzano come individui, ma ci cercano solo per soddisfare i loro bisogni, come se fossimo degli "oggetti". Se sentiamo che il partner non è davvero interessato a noi come persona, ma ci vuole solo per fare i "comodi suoi" o perché gli siamo utili (esempi comuni: alle donne di essere volute solo per il sesso; agli uomini di essere voluti solo per il denaro), ci sentiremo profondamente feriti e rabbiosi, oltre ad avere un grave calo di interesse verso il partner.

Se per il partner siamo "uno (una) qualunque"

Tutti vorremmo sentirci unici e insostituibili; questo ci fa sentire importanti e ci rassicura. All'opposto, se sentiamo che per l'altro noi o un altra persona non farebbe alcuna differenza, ci sentiamo sminuiti e mortificati. Per le donne in particolare, questo è estremamente antierotico: l'impressione di essere "una fra mille", di essere voluta solo perché femmina ("basta che respiri"), soffoca qualsiasi desiderio - oltre a provocare disprezzo e risentimento.

"Non si desidera ciò che è facile ottenere."
(Ovidio)

"La mancanza di qualcosa che si desidera è una parte indispensabile della felicità."
(Bertrand Russell)

"Ciò che desideriamo e non possiamo conseguire ci è più caro di quello che abbiamo già conseguito."
(Kahlil Gibran)

Il lato tragico della vita

Riflettevo in questi giorni sul lato tragico della vita, una parte dell'esistenza che mi è diventata evidente in questi ultimi anni difficili.
Una parte che molte persone mi sembrano voler ignorare, dimenticare o rimuovere a tutti i costi: l'idea che si possa eliminare la sofferenza, l'ambizione di restare sempre giovani, la negazione e rimozione della morte, l'idea che il denaro possa comprare tutto (e quindi rendere "onnipotenti"), l'idea che siamo noi umani a causare le catastrofi naturali... mi sembrano tutti modi (a volte disperati) per sfuggire a questa parte intrinseca (e inevitabile) della vita.

Con "lato tragico", intendo quegli aspetti dell'esistenza negativi, angoscianti o drammatici, che si possono (a volte) limitare, ma mai eliminare.
  • L'inevitabilità della sofferenza (non sempre accade quel che vogliamo, spesso accade quel che non vogliamo)
  • L'inevitabilità della perdita (tutto cambia - e questa è una delle poche verità universali - quindi quello che ci è caro scomparirà prima o poi, noi stessi inclusi)
  • Il fatto che siamo limitati (non potremo mai fare / avere / essere / sapere tutto)
  • L'assenza di certezze e sicurezze
  • Il fatto che non possiamo mai fidarci completamente (tutti mentono, a se stessi in primo luogo, quindi chiunque potrebbe dirci falsità, a partire dalla mia stessa mente)
  • Il fatto che siamo in balìa di forze (naturali) più grandi di noi (che agiscono a prescindere da chi ci sta in mezzo)
  • Lo smarrimento esistenziale dovuto alla consapevolezza che siamo creature minuscole in un universo sconfinato, di cui non conosciamo le ragioni, in cui fatichiamo a trovare un senso, e che ci appare spesso indifferente o crudele
  • Il fatto che siamo qui per un breve periodo (un battito di ciglia per l'universo) e poi moriamo, senza lasciare tracce (e senza sapere se c'è qualcosa dopo).

Paradisi artificiali

Terrificante? In effetti...
Forse per questo, molti non sopportano questa tragicità, la respingono, e si rifugiano in illusioni consolatorie come religioni, ideologie, miti, consumismo...
Queste "vie di fuga", infatti, permettono di credere che, in qualche modo, si possa raggiungere un "mondo perfetto", una "età dell'oro", senza più dolore né paura (quando si realizzerà "il regno di dio"... o "il socialismo"... quando "guadagnerò abbastanza"...).

C'è anche il lato "luminoso"

Se questo elenco può apparire disperante, voglio però sottolineare che ho parlato di lato tragico. Questo è solo una parte dell'esistenza...
Dall'altro lato, ci sono fattori come la bellezza, il piacere, l'amore, l'amicizia, la compassione, la solidarietà, la condivisione, la conoscenza, le arti...
Tutte cose che possono rendere la vita degna di essere vissuta, e sono "antidoto" alla sua inerente tragicità.

In altre parole, la vita è un miscuglio di "ombre " e "luce"; e sta a ciascuno affrontare (e limitare, per quanto possibile) le ombre, e alimentare la luce.
Se una certa parte di oscurità è inevitabile, lo splendore della luce è (almeno in parte) dovuto all'impegno dei singoli di farla brillare, nonostante tutto.

Guardare la paura negli occhi

Ma - si potrà obiettare - se questi aspetti dell'esistenza sono così terribili, perché porre l'attenzione su di essi? Perché non ignorarli o dimenticarli?
Ed è proprio quello che molti fanno.

Purtroppo, ignorare i problemi non li risolve, ed ignorare le paure non ci aiuta. Anzi:
  • Conoscere qualcosa è necessario per affrontarlo e migliorarlo (sapere è potere). Viceversa, ignorare qualcosa ci impedisce di intervenire, di scegliere, di capire; l'ignoranza ci rende impotenti.
  • Se soffriamo a causa di questi fattori (e chi non patisce almeno alcuni di essi?), riconoscerlo ci aiuta a gestire questa sofferenza, a mediarla, a farcene una ragione. Viceversa, se ne ignoriamo l'origine ci ritroviamo con un dolore misterioso, cieco, che ci strazia senza che sappiamo spiegarlo. L'ignoranza non attenua il dolore, anzi lo rende più spietato.
E' vero che molti di questi fattori vanno al di là del nostro controllo, ma guardarli in faccia ci permette comunque di scegliere il modo migliore di affrontarli.

Questa esposizione del lato tragico, quindi, non ha lo scopo di angosciare o preoccupare, bensì di rivelare qualcosa con cui tutti ci troviamo a fare i conti.
E poiché non possiamo eliminare questi fattori, la cosa migliore che possiamo fare è prenderne consapevolezza per poter migliorare ciò che possiamo cambiare, e fare pace con quel che non possiamo.

"Voler evitare ogni incontro col dolore
significa rinunciare a una parte della propria vita umana."

(Konrad Lorenz)


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