Tutto è relativo

Uno dei principi essenziali per vivere meglio, è la consapevolezza di come ogni opinione sia relativa (ovvero è una "interpretazione soggettiva", invece che vera o falsa, giusta o sbagliata in assoluto).
Il motivo è presto compreso se immaginiamo una persona per cui ogni opinione sia assoluta: avrà una mentalità rigida, un atteggiamento autoritario verso le persone (c'è un modo solo di fare le cose, ed è - ovviamente - il suo), scarsa tolleranza, tendenza all'ansia e all'ossessione (quando tutto è assoluto non c'è margine di errore), diffidenza verso le persone più rilassate di lui e, soprattutto, vedrà come "nemici" tutti quelli che hanno opinioni diverse dalla sua: quando tutto è assoluto, esiste una sola opinione "giusta", e tutte le altre sono "sbagliate".
In poche parole, una persona che vive male e fa vivere male gli altri. Scommetto che avete già incontrato persone così, e non ne conservate un buon ricordo.

Ma, al di là delle inclinazioni personali, ci potremmo chiedere se gli eventi possano essere - oggettivamente - giusti o sbagliati, benefici o malevoli. Per rispondere a questo dilemma, vi racconto una classica storia orientale...

La storia del contadino e dei cavalli

Un contadino che abitava in un piccolo borgo sperduto, un giorno scoprì che il suo unico cavallo, che gli serviva per arare i campi, era scomparso. Mentre lo cercava s'imbatté nel vicino, che gli domandò dove stesse andando. Quando rispose che il suo cavallo era scappato, il vicino commentò scrollando il capo: "Che sfortuna".

"Fortuna, sfortuna: chi può dirlo?" ribatté il contadino e proseguì la sua strada. Oltrepassati i campi coltivati, giunse sulle colline e qui trovò il suo cavallo, che pascolava tranquillamente insieme a un gruppo di cavalli selvaggi. Ricondusse il suo cavallo verso casa, e gli altri lo seguirono.
Il mattino seguente, il vicino venne per avere notizie del cavallo. Vedendolo di nuovo nel suo recinto insieme agli altri, chiese al contadino che cosa fosse successo. Quando gli spiegò che i cavalli gli erano venuti dietro, il vicino esclamò: "Che fortuna!".

"Fortuna, sfortuna: chi può dirlo?" replicò il contadino e tornò alle sue faccende. Il giorno seguente suo figlio venne congedato dall'esercito e tornò a casa. Tentò di domare i nuovi cavalli, ma cadde a terra e si ruppe una gamba. Il vicino vide il giovanotto, seduto sulla veranda con la gamba ingessata mentre il padre zappava l'orto, e chiese che cosa fosse successo. Ascoltò scrollando il capo, e poi commentò: "Che sfortuna!".

"Fortuna, sfortuna: chi può dirlo?" rispose il contadino riprendendo a zappare. L'indomani il reparto del giovanotto arrivò a passo di marcia per il sentiero. Nel corso della notte era scoppiata la guerra e gli uomini si recavano al fronte. Vedendo che il figlio non era in grado di andare con loro, il vicino si sporse oltre lo steccato e, rivolgendosi al contadino che si trovava nel campo, osservò che gli era stata risparmiata la sciagura di perdere il figlio in guerra: "Che fortuna!".

"Fortuna, sfortuna: chi può dirlo?" replicò il contadino riprendendo ad arare. Quella sera, il contadino e suo figlio si sedettero a tavola per cena, ma dopo aver mangiato qualche boccone il figlio rimase soffocato da un osso di pollo e morì. Al funerale, il vicino mise una mano sulla spalla del contadino e disse tristemente: "Che sfortuna!".

"Fortuna, sfortuna: chi può dirlo?" replicò il contadino, deponendo un fascio di fiori accanto alla bara. Qualche giorno dopo il vicino venne da lui con la notizia che l'intero reparto di suo figlio era stato massacrato al fronte. "Tu almeno hai potuto essere accanto a tuo figlio quando è morto. Che fortuna!" disse.

"Fortuna, sfortuna: chi può dirlo?" rispose il contadino e si avviò al mercato...

Il significato è soggettivo

Il messaggio appare evidente: il significato di ogni evento dipende da come lo osserviamo, dal nostro personale punto di vista. Quello che è positivo per noi, potrebbe essere negativo per altri, o da un altro punto di vista, o in una diversa circostanza. Inoltre, è arbitrario definire a priori il significato di un evento, perché lo svilupparsi della situazione potrebbe cambiare il valore o il significato dell'evento stesso (proprio come accade nella storia).
In altre parole, possiamo dire che ogni evento è - in sé e per sé - "neutro": il suo valore o significato dipenderà quindi dall'osservatore e dal suo atteggiamento.

“Il significato di ogni evento
dipende da come lo osserviamo,
dal nostro personale punto di vista”

Mi rendo conto che, per alcuni, possa risultare difficile accettare questa affermazione: ognuno tende a credere che la sua percezione della realtà (opinioni, valori, giudizi...) sia quella corretta, e non possa essere altrimenti.
Non è facile uscire da una istintiva visione "personale" (e quindi soggettiva) della realtà. Se però osserviamo quanto le persone possano essere variegate, avere opinioni e gusti diversi (e contrastanti!), accanirsi fino allo sfinimento (o alla guerra) sostenendo posizioni opposte; e quanto, nell'arco dei tempi e delle varie culture, gusti e valori siano cambiati... risulta evidente come non ci siano, in effetti, mai opinioni valide in modo assoluto.

Questione di punti di vista

Ogni opinione è, fondamentalmente, dipendente dal punto di vista. Adottando un differente punto di vista, vedremo le cose in modo diverso; proprio come la storia raccontata sopra ci dimostra.
Al tempo stesso, c'è nella natura umana il bisogno di certezze e punti fermi: la loro assenza ci inquieta; una realtà "fluida" e indeterminata può spaventare. Anche per questo tendiamo ad attaccarci alle nostre opinioni: credere che siano assolute ci rassicura; ci dà un punto di riferimento.
Per operare efficacemente nel mondo, però, è indispensabile saper uscire dal proprio personale punto di vista, e considerare quello altrui: altrimenti, entreremo sempre in conflitto con le altre persone o con le situazioni su cui non abbiamo controllo. Invece, accettare la relatività delle opinioni ci permette di relazionarci armoniosamente con gli altri, e fluire in ogni situazione senza esserne frustrati.

Difese e resistenze

Ostinarsi nel difendere l'assoluta validità della propria posizione, rifiutare la possibilità di opinioni diverse, è spesso indice di una difficoltà psicologica: per insicurezza o rigidità caratteriale, ciò che è diverso spaventa e lo si respinge. Inoltre, la natura molteplice della realtà può disorientare (specialmente in mancanza di una identità solida), per cui si tende a rifiutarla: "Le cose stanno così, punto e basta".
Per quanto queste resistenze siano umane, superarle (o almeno riconoscerle) è importante: poiché il mondo raramente si adatta a noi, è la nostra capacità di adattarci ad esso che ci permette di vivere serenamente e con successo (inteso sia in senso economico, che esistenziale).
Mantenere un atteggiamento rigido verso la realtà (come dicevamo all'inizio), produce inevitabilmente una vita problematica e sofferta: si rischia di trovarsi in conflitto col resto del mondo.
Quando ci accorgiamo di rifiutare ogni opinione alternativa, o difendiamo a spada tratta le nostre posizioni, possiamo chiederci "Cosa mi fa paura?" (se non temessimo qualcosa, non dovremmo difendere nulla). Od anche "Cosa ci guadagno?": a volte è più importante mantenere una relazione positiva, piuttosto che avere ragione a tutti i costi.


Tutto è relativo, ma fino a un certo punto

N.B.: Quando affermo che "Tutto è relativo", mi riferisco alle idee, alle opinioni e alle interpretazioni - non ai fatti. Se nessuna idea od opinione può dirsi vera o falsa in assoluto (vedi Relativismo), sui fatti invece si può giungere a delle conclusioni oggettive e universali (per esempio nel caso delle scienze naturali).

Inoltre, il concetto di "Tutto è relativo" non va portato all'estremo, in una deriva anarchica senza regole e senza limiti. Altrimenti si rischia di finire in un caos dove tutto è incerto, l'etica si perde e nulla ha più senso. Quindi, anche se l'opinione personale è soggettiva e relativa, rimangono comunque necessari accordi e principi condivisi, sia per la stabilità sociale che per l'equilibrio dell'individuo.

"Quella che il bruco chiama la fine del mondo,
il maestro la chiama una farfalla."

(Lao Tzu)


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