Perché si soffre

Premessa: a differenza del tema generale di questo blog, questo post non ha lo scopo di aumentare la felicità; anzi, può essere persino deprimente. Allora perché leggerlo? Perché potrebbe aiutarti ad accettare la sofferenza, invece che fartene abbattere (magari pensando che se soffri è colpa tua o sei sbagliato) o lottare inutilmente contro di essa quando è inevitabile. Aiuta quindi ad essere più in pace, ed a capire i motivi per cui soffriamo.

L'idea per questo post mi è venuta scoprendo che, tra le ricerche più comuni su Google, c'è "Perché si soffre". E' una domanda che tocca tutti noi, che l'uomo si è sempre posto, e a cui sono state date molte risposte; qui riporto le spiegazioni che a me sembrano più sensate.

La sofferenza è naturale

Dobbiamo partire dal riconoscere che la sofferenza è naturale, è parte della vita. 2500 anni fa, Buddha ha dedicato la sua esistenza al comprendere ed eliminare la sofferenza: una delle sue conclusioni è che "La vita è sofferenza" (anche se una traduzione migliore sarebbe "Nella vita sono insiti sofferenza, impermanenza e cambiamento"). Che io sappia, nessuno l'ha mai realmente smentito.
(N.B.: Buddha non afferma che la vita è sempre sofferenza, ma che una certa quantità di sofferenza è inevitabile, proprio per il fatto di essere vivi e soggetti a certe condizioni)

Quindi, quando soffri non sempre c'è un colpevole o una causa eliminabile: a volte è come va la vita. A questa conclusione sono giunte anche diverse filosofie; per esempio, nell'antica Grecia lo Stoicismo consigliava di vivere in armonia col destino, anche avverso, per raggiungere così serenità e saggezza.

La sofferenza è inevitabile (a volte)

Perché soffrire - a volte - è inevitabile? Quanto meno, per le seguenti ragioni:
  1. A volte non accade quello che vogliamo.
  2. A volte accade quello che non vogliamo.
  3. Tutto è impermanente, tutto cambia; quindi, prima o poi perderemo quello a cui teniamo.
  4. Un giorno, tu morirai - e questo vale per chiunque.
  5. Poiché siamo tutti diversi, e spesso vogliamo cose diverse, ci sarà sempre qualche disaccordo o conflitto con le altre persone.
E' da notare che queste ragioni valgono per tutti, qualsiasi sia la loro condizione: non c'è modo di sfuggirle. Alcuni coltivano l'illusione che ci siano dei "trucchi" per sfuggire alla sofferenza (il denaro, il potere, la bellezza, la fede...), ma è tutto vano.
Certo, la sofferenza può essere diminuita, sia con azioni concrete che con il giusto atteggiamento (gli insegnamenti del Buddha hanno questo scopo), ma la sua eliminazione totale è semplicemente illusoria. Anzi, ostinarsi ad eliminare la sofferenza può portare al risultato opposto.

La vita e il mondo non sono fatti a nostra misura

Il mondo non è fatto per renderci felici. Anche se ci piacerebbe tanto che lo fosse, e alcune religioni ci dicono che è così, non c'è alcuna prova a favore, ma ce ne sono molte contro. Non è il mondo che deve adattarsi a noi, ma siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo, per realizzare quello che vogliamo.

Allo stesso modo, la vita non è fatta per renderci felici: l'esistenza, per sua stessa natura, è spesso dura, complicata e incerta. Per milioni di anni la mera sopravvivenza è stata un problema quotidiano, e tuttora lo è in molte parti del mondo. Elementi che rendono la vita difficile, come l'egoismo, l'avidità e la competizione, sono parte di ogni essere vivente (anche perché portano un vantaggio evolutivo). L'idea che l'esistenza possa - o debba - essere facile e senza problemi è profondamente ingenua e disinformata.

Poiché la vita non è fatta per renderci felici, aspettarci che lo faccia è egocentrico e infantile. La vita - semmai - ci offre delle opportunità per essere felici, ma sta a noi coglierle e svilupparle. La felicità personale non è mai scontata o un diritto (anche se a volte può arrivarci come dono inaspettato), ma è una creazione e una conquista che richiede impegno e risorse. Se non siamo felici e vorremmo esserlo, dovremmo chiederci cosa stiamo facendo, concretamente, per diventarlo.

(N.B.: dicendo che "il mondo (o la vita) non sono fatti per renderci felici", non intendo certo dire che siano fatti per renderci infelici. Semplicemente non sono al nostro servizio, quindi non possiamo aspettarci che si occupino della nostra felicità; quel compito spetta a noi stessi)

Non siamo speciali come ci dice la religione

Perché reagiamo con tanto stupore e smarrimento quando ci accadono eventi spiacevoli? In parte, io credo, perché la religione cristiana (come anche le altre religioni monoteiste) ci dice che noi umani siamo creature speciali e privilegiate, che Dio ci ama in modo particolare, ecc. Questo crea aspettative irreali: che la realtà si adatti a noi, che soddisfi i nostri bisogni, che se ci comportiamo bene saremo felici e protetti dal dolore. Anche se queste convinzioni sono confortanti, purtroppo sono anche alquanto illusorie: e quando vengono infrante, la delusione può essere terribile.
In realtà non siamo così speciali: rispetto agli animali abbiamo capacità avanzate e una coscienza, è vero (ma queste ci portano anche "doni" quali angosce esistenziali, nevrosi e depressione). Ma a parte quello, la vita umana si svolge come per gli animali: nasciamo con paura e dolore, viviamo in competizione per ottenere quel che vogliamo, ci ammaliamo, patiamo la decadenza, e infine moriamo.
Non ci viene riservato nessun "trattamento di favore". Nonostante le enormi risorse che spendiamo per allontanare paure e sofferenze (gran parte del consumismo può essere visto come un tentativo in questo senso), il nostro destino rimane simile a quello di tutte le altre creature.

Dal mio punto di vista, le religioni dicono spesso cose non vere. Ma se credere negli insegnamenti religiosi per te funziona, ti fa stare bene, e ti fornisce le risposte di cui hai bisogno, va benissimo; non intendo convincerti del contrario. Però, se quello in cui credi non corrisponde alla tua realtà, o se ti genera confusione e sofferenza (invece di pace e benessere), forse è il caso di metterlo in discussione.

Sofferenza causata dagli altri

Quando la sofferenza è causata da altri esseri umani (dalle liti in famiglia alle guerre mondiali), è facile pensare che quelle persone siano cattive, stupide o ignoranti. Ma in molti conflitti non c'è chi ha "ragione" e chi ha "torto", bensì ogni parte ha le sue ragioni. Quello che a te sembra sbagliato o assurdo, per altri può essere l'azione migliore: siamo tutti diversi, e vediamo le cose in modi differenti.

Questo vale anche per i presunti "bene" e "male". Alcuni credono che, se eliminassimo il "male" (o i "cattivi"), la sofferenza sparirebbe. Ma chi decide cosa è bene o male? In genere, vediamo come "bene" ciò che è positivo per noi, e come "male" ciò che è negativo per noi. Ma quello che è male per qualcuno, potrebbe essere - e spesso è realmente - bene per qualcun altro. Inoltre, quello che ci sembra positivo oggi, potrebbe rivelarsi negativo domani (come illustrato dalla storia del contadino che ad ogni evento commentava: "Fortuna o sfortuna: chi può dirlo?"). E allora, chi ha ragione?
In realtà, bene e male sono "categorie immaginarie", giudizi arbitrari e soggettivi. Prendiamo l'esempio del leone che insegue la gazzella per mangiarla: chi ha ragione e chi torto? Quale animale dovrebbe morire, e perché? Ovviamente, sia il leone che la gazzella avranno sull'argomento pareri ben diversi... e così è per noi: spesso giudichiamo un evento "bene" o "male" a seconda se siamo nella posizione della gazzella o del leone.

Niente di personale

Inoltre, quando qualcuno ci ferisce, tendiamo a prenderla sul personale, a pensare che ce l'abbia con noi o che ci voglia male. Ma invece, molto spesso questo accade per ragioni che non c'entrano nulla con noi: quella persona potrebbe avere avuto una giornata storta, o è malato, o non ci ha compresi, o era distratto, o seguiva una sua necessità, oppure vede le cose diversamente da noi. Tenere presente questo ci aiuta a non vedere gli altri come "nemici" e noi stessi come "vittime".
Allo stesso modo, quando la vita ci fa soffrire, il più delle volte non riguarda noi personalmente, non c'è un motivo per cui ci capita: non è che il mondo ce l'ha con noi (vedi paragrafo sui disastri naturali), o che veniamo puniti per qualche ragione. Certo, a volte soffriamo perché commettiamo degli errori (se attraverso la strada senza guardare e mi investono, se non mi preparo per un esame e mi bocciano), ma queste non sono "punizioni" (non c'è una causa morale), bensì conseguenze; in questi casi, dobbiamo imparare dai nostri errori e migliorare, per evitare di ripeterli.

Sofferenza causata dalla società

Una causa di sofferenza ampiamente diffusa ma di cui siamo spesso inconsapevoli, è quella causata dalle regole e dalle costrizioni sociali. Anche se non ce ne rendiamo conto perché vi siamo abituati fin dall'infanzia, siamo continuamente condizionati a reprimere ciò che sentiamo, quello che vorremmo dire e fare, per adeguarci alle norme e alle esigenze altrui (dalle persone intorno a noi fino alle leggi dello Stato).
Come aveva osservato già Freud, questa continua repressione è una delle principali cause di nevrosi e malesseri psichici. Negare il proprio sé, la propria natura autentica, non può essere privo di conseguenze. Al tempo stesso, questa repressione è il "prezzo da pagare" per tutti i vantaggi che ci porta il vivere in società: sicurezza, facile accesso a cibo e risorse, supporto, condivisione di mezzi e informazioni, possibilità di creare cose che da soli mai potremmo.

Per essere completamente liberi, l'alternativa sarebbe vivere da soli come eremiti - ma le ragioni per cui non lo facciamo sono ovvie. Certo ci possono essere modi migliori e più armoniosi di vivere in società (la democrazia è assai meglio di dittature o monarchie), ma una vita sociale sarà sempre limitante: in primo luogo, ma non solo, perché la mia libertà finisce dove comincia quella altrui.
Attenuare la sofferenza del vivere in gruppo è però possibile, in vari modi:
  • Sviluppare una propria autonomia di pensiero. Non seguire passivamente la massa, o i gruppi che si frequentano.
  • Mettere in discussione usanze prive di senso o distruttive, e non seguirle solo perché di uso comune o tradizionali.
  • E soprattutto, non dare troppa importanza ai giudizi degli altri, e non dipendere dalla loro approvazione (anche perché non è mai possibile fare contenti tutti).

Sofferenza causata da noi stessi

A volte soffriamo per cause esterne a noi, senza che ne abbiamo colpa alcuna; altre volte, siamo noi stessi a causare gli eventi che ci fanno soffrire. E' importante riconoscere quando è vero il secondo caso, e assumercene la responsabilità - altrimenti non sapremo cambiare, e continueremo a creare sofferenza.

Due cause specifiche per cui a volte creiamo la nostra sofferenza, sono l'ignoranza e le illusioni (cioè credere a cose non vere).

Sofferenza causata dalle aspettative

Ogni volta che abbiamo un'aspettativa irreale o impossibile (sia verso il mondo esterno che verso se stessi), finiamo col crearci frustrazione e infelicità. Spesso non sono gli eventi in sé che generano la sofferenza, ma le aspettative che abbiamo in proposito: se ottengo 100 e mi aspettavo 200 sarò deluso; ma se ottengo 100 e mi aspettavo 50, sarò ben contento. Stesso evento, diversa reazione.
Se siamo spesso frustrati da quel che ci capita, è bene chiedersi se le nostre aspettative siano esagerate. Se ci aspettiamo che tutto vada a modo nostro (il mondo, la vita, il comportamento altrui...), ci ritroveremo costantemente insoddisfatti.

Sofferenza causata dalla competizione

A volte soffriamo perché ci sentiamo spinti alla competizione:
  • lo sforzo negli studi per acquisire competenze che diano maggiori opportunità;
  • la lotta per ottenere un posto di lavoro, e poi per fare carriera;
  • la conquista di un partner e la paura dei tradimenti, ecc.
Anche se queste situazioni ci possono apparire crudeli, in realtà sono anch'esse "naturali", perché la natura stessa funziona secondo principi di "competizione darwiniana". In natura, si è costantemente alla ricerca di risorse (cibo, riparo, partner), e in lotta contro altri individui e condizioni avverse: i più adatti prosperano, i meno adatti periscono. Gli esseri umani hanno sviluppato la società anche per attenuare queste condizioni (per esempio, tramite leggi uguali per tutti e servizi condivisi), ma la competizione rimane alla base della nostra natura (tutti vorrebbero il meglio, ma non tutti possono averlo).

La giustizia non esiste in Natura

A volte soffriamo perché subiamo delle ingiustizie. Per gli esseri umani la giustizia è un concetto primario, al punto che ci sembra una "legge naturale" - ma non è affatto così. In Natura non esiste giustizia o equità, ma vige la lotta per la sopravvivenza e la prevalenza del più adatto.
Sicuramente è importante impegnarsi per un mondo equo e giusto, per noi e per gli altri, ma non dovremmo stupirci se questo non sempre avviene. La giustizia è una invenzione umana, una funzione artificiale della società, un ideale che non sempre si riesce ad applicare.

Sofferenza per disastri naturali

Quando accadono disastri naturali (terremoti, eruzioni, uragani, tsunami, ecc.), siamo sconvolti e atterriti. Ci chiediamo il perché accadono eventi così terribili, la ragione di tanta sofferenza. La risposta che si davano gli antichi era l'ira o la vendetta di qualche dio; anche tutt'oggi alcuni vedono questi disastri come punizioni divine. Ma questi sono modi ingenui di dare una spiegazione "umana" ad eventi tanto più grandi di noi.
In realtà, i disastri naturali sono semplicemente meccanismi nel funzionamento del nostro pianeta. Non hanno nulla a che fare con la nostra presenza: accadevano miliardi di anni fa, quando noi non c'eravamo, e accadranno quando noi saremo estinti. La Terra segue il suo corso, ignara delle conseguenze per le creature che ospita; un po' come un elefante che è ignaro delle formiche che possono essere sul suo dorso.

Sofferenza senza senso

Dare una spiegazione agli eventi è un bisogno umano, e forse per questo certe religioni o filosofie dicono che ogni evento ha sempre un senso, un suo scopo. Ma quello che accade non sempre ha un senso: un terremoto non ha alcuno scopo, accade e basta (anche se ha una spiegazione geologica).
E' vero che c'è sempre un motivo o una spiegazione agli eventi, ma non sempre è morale (le leggi naturali, la fisica o la biologia, sono amorali e indifferenti ai destini umani) o logico ai nostri occhi (una malattia segue una sua "logica" che prescinde dalla nostra).

Superare la sofferenza


La sofferenza non è un segno

Anche a causa di certi insegnamenti religiosi o "new age" (per quanto ben intenzionati), che credono in una connessione diretta tra le nostre virtù o azioni, e i risultati che otteniamo, certe persone vedono la sofferenza come un segno che hanno sbagliato, sono "peccatori" o hanno "perduto la grazia di Dio": "Se avessi fatto tutto giusto - pensano - allora tutto andrebbe bene". Come ampiamente spiegato sopra, invece, gli eventi negativi capitano a tutti, buoni e cattivi, a volte senza alcun motivo. E' evidente che non sempre i "buoni" vengono premiati e i "cattivi" puniti.
Quando soffriamo, non vuol dire che siamo sbagliati, incapaci o colpevoli. A volte dipende dalle nostre azioni, ma altre volte succede solo perché siamo nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

Non tutto il male viene per nuocere

La sofferenza non è solo negativa, presenta anche degli aspetti "luminosi" e utili:
  • Ci fa crescere, ci spinge a migliorare ed evolverci.
  • Ci insegna a comprendere la sofferenza altrui (se non abbiamo provato un dolore particolare, non possiamo capire chi si trova in quella situazione). Aumenta la nostra empatia e compassione.
  • Ci induce ad apprezzare le cose positive (se fosse tutto facile e scontato, non lo apprezzeremmo).
Quindi, per certi versi la sofferenza ci rende più umani, più tolleranti e più saggi.

Nei casi in cui la sofferenza sia inevitabile, prendersela o combatterla è inutile (e persino controproducente): farlo non fa che aumentare la sofferenza stessa. E' molto più produttivo concentrarsi su quel che di positivo abbiamo nella nostra vita, e godercelo. Anche quando non possiamo diminuire l'oscurità, possiamo però aumentare la luce.

Poiché l'esperienza della sofferenza è eterna e universale, nel corso del tempo l'uomo ha sempre cercato risposte e rimedi:
  • Come già accennato, la filosofia ha proposto numerose interpretazioni e metodi per affrontare la sofferenza e l'ignoto.
  • La classica "Preghiera della serenità" offre un'ispirazione preziosa per affrontare le preoccupazioni.
  • La psicologia e la comprensione dell'animo umano, offrono molti strumenti per diminuire la sofferenza e aumentare la felicità.
  • Coltivare una posizione di "ragionevole saggezza" (una visione realistica, in equilibrio tra gli estremi dell'ottimismo ingenuo e del pessimismo disperato), ci permette di affrontare meglio la sofferenza ed esserne meno influenzati.

"Un uomo che teme di soffrire, soffre già di quello che teme."
(Michel E. de Montaigne)

"L'unica effettiva disgrazia, la sola tragedia autentica,
accade quando soffriamo senza imparare la lezione."

(Emmet Fox)

"Una volta che veramente comprendiamo che la vita è difficile, una volta che veramente lo capiamo e lo accettiamo, allora la vita non è più difficile.
Perchè una volta che si è accettato il fatto che la vita è difficile non importa più."

(M. Scott Peck)


Articoli correlati

Altri post con argomenti collegati (descrizione: fermate il puntatore sul link)

6 commenti :

  1. Questo articolo è a dir poco illuminante, soprattutto la parte finale "superare la sofferenza". Davvero, leggendolo e rileggendolo ancora è come se mi avesse fatto da richiamo, non so se mi spiego. Non vorrei stare di nuovo qui a ringraziarla per avermi mostrato questo blog, ma una parte del mio cambiamento è anche grazie a queste informazioni e io, sicuramente, ho avuto il merito di aprire le porte alla mia crescita. Comunque, tralasciando questo, penso proprio che una disciplina come la psicologia sia fondamentale nel corso della nostra esistenza. Ho notato come in qualsiasi ambito, la psicologia entra sempre in gioco, anche nelle semplici relazioni tra persone. Imparare la psicologia ti forma, ti fa conoscere, ti fa riflettere, penso che debba essere introdotta nelle scuole, cosi forse ci sarebbero meno problemi tra comuni mortali e, soprattutto, con noi stessi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie ancora per i complimenti :-)

      Discipline come la psicologia (ma anche altre come filosofia o antropologia) sono utili per fare luce nel mistero dell'animo umano. E più comprendiamo noi stessi e gli altri, più abbiamo strumenti per gestire meglio la vita.
      Non a caso già 2500 anni fa, la frase iscritta all'entrata del tempio di Apollo a Delfi diceva "Conosci te stesso" ;-)

      Elimina
    2. Mi tolga una curiosità, il fatto di ricevere un insulto, un'offesa, un'umiliazione, un tradimento ecc. porta istintivamente una persona a soffrire? Pensiamo ad un gruppetto di bambini, uno che prende in giro l'altro perchè, ad esempio, è in sovrappeso oppure perchè balbetta, automaticamente l'offesa ricevuta è sintomo di sofferenza per la vittima? Oppure anche un gesto positivo, un complimento di una persona, magari ti dice "hai dei bellissimi occhi", automaticamente apprezzi e ne sei grato? Sembrano tutte reazioni oggettive, cioè un complimento porta una reazione e un'offesa ne porta un'altra. Molto probabilmente quello che sto per dire ora magari è uno sbaglio ma sembra che già da molto piccoli percepiamo le cose che ci fanno bene o male tramite le proprie emozioni, visto che ancora un bambino non ha la consapevolezza che può avere un adulto. Arrivando a questo punto, le persone che non provano nessuna emozione tramite qualche azione positiva o negativa subita possono essere di due tipi: non capiscono realmente ciò che subiscono (a me pare improbabile questa opzione) oppure hanno raggiunto un certo livello di forza e maturità che, ricevendo un'umiliazione ad esempio, si sente offeso in un certo senso ma non si lascia prendere dallo sconforto. A mio modo di vedere sembrerebbe cosi riassumendo un po' il funzionamento delle reazioni degli esseri umani in linea di massima. Tornando alla sofferenza, il più delle volte, pare inevitabile il cambiamento, ad esempio una persona troppo buona, a lungo andare, la sofferenza lo può "trasformare" e di conseguenza reagisce in maniera diversa alle situazioni. Io non credo che esistano persone nate già buone o nate già cattive, probabilmente possono sviluppare una parte un po' di più rispetto a un'altra, ma emozioni belle e brutte le proviamo tutti in fin dei conti e non penso che ci sia persona al mondo che abbia solo amato, cosa ne pensa?

      Elimina
    3. Caspita, quanti temi interessanti :-)
      Rispondo come posso, nei limiti dello spazio di un commento.

      Inizio col dire che tutto è relativo, quindi anche "bene" o "male" dipendono da chi giudica: squartare un agnello può essere bene per qualcuno (magari perché gli nutre la famiglia), e una orrenda barbarie per un altro.

      Tornando alla domanda iniziale, le nostre reazioni non sono mai oggettive, ma sono sempre _interpretazioni_ soggettive degli eventi. La nostra "storia" personale determina come vediamo le cose. E' il motivo per cui ognuno può reagire in modi diversi al medesimo evento (ed anche per cui fatichiamo a capirci fra noi).
      Quindi la reazione a un insulto o un complimento, dipende da chi li riceve: da come la sua esperienza lo porta a valutare l'evento, e da come la sua personalità elabora lo stimolo (una persona sicura di sé assorbe meglio sia un insulto che un complimento; una persona insicura è scossa da un insulto, e può sia entusiasmarsi per, che respingere, un complimento).

      Sicuramente già appena nati reagiamo a quello che ci fa bene o male, ma non riguarda una valutazione "morale", bensì reagiamo alle sensazioni. La morale arriva in seguito tramite l'educazione (è un costrutto culturale, non naturale).

      > le persone che non provano nessuna emozione
      Le persone che non reagiscono ad azioni positive o negative, comunque provano emozioni (anche se magari faticano ad esserne consapevoli), ma non reagiscono per vari possibili motivi:
      - Sono sconnessi dalle loro emozioni, non sanno cosa sentono
      - Sono molto frenati o bloccati dalla loro educazione, e/o reprimono le emozioni
      - Sono forti ed equilibrate, quindi sanno gestire le loro emozioni e scegliere la reazione appropriata (come supponi anche tu).

      Nessuno nasce solo buono o cattivo (tranne rari casi di danni cerebrali), ma tutti abbiamo in noi entrambi i potenziali (luce ed ombra, angelo e demonio).
      Come li esprimiamo dipenderà:
      - dalla nostra personalità di base
      - da come le nostre esperienze ci formano
      - dalla situazione del momento (che può portare un buono a fare il male, e viceversa).

      Infine, concordo che nessuno ha solo amato od odiato: tutti abbiamo fatto cose buone ed altre discutibili (per debolezza o perché ci sembrano giuste), tutti siamo un misto di virtù e difetti (in varia combinazione).
      Vale per ogni essere umano :-)

      Elimina
  2. La sofferenza è sempre inevitabile se la tua intera vita è sempre stata questa.Conto di suicidarmi presto

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il tuo commento suona come una richiesta di attenzione, o di aiuto. Purtroppo da questo spazio commenti posso fare ben poco.
      Anch'io ho pensato spesso a morire in passato, nei momenti peggiori, e ancora mi succede. Non condanno il suicidio, però credo ci siano sempre delle soluzioni alternative. Voglio ricordarti che, comunque sia andata la tua vita finora, è sempre possibile cambiare le cose. Magari non sarà facile né rapido, però è possibile.

      Se ti va, ti suggerisco due post da leggere:
      - Perché nessuno mi vuole (marzo 2015)
      - Come migliorare te stesso e la tua vita (gennaio 2016)
      Spiegano l'origine di molti problemi comuni, e alcune vie per superarli.
      Puoi scegliere se arrenderti, oppure tentare ancora. Auguri comunque tu scelga.

      Elimina

(vedi le linee guida per i commenti)



Licenza Creative Commons
© 2017 Valter Viglietti. Psicofelicità è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.